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Alcune
considerazione sul documento delle assemblee autonome: l’autonomia
operaia e l’organizzazione Il documento che
pubblichiamo, diffuso all'epoca in numerose copie rappresentava un primo
tentativo di indicazione programmatica per i compagni impegnati nel
tentativo di dare all'autonomia operaia gli strumenti pratici e teorici
per meglio esprimersi sfuggendo al controllo di gruppi e partiti politici.
Il punto di riferimento principale nella costruzione di momenti di
autorganizzazione, che all'epoca venivano, di norma, definite
"assemblee autonome", era che le modalità e gli obiettivi
dell'intervento dovevano essere decisi all'interno delle situazioni
stesse, da parte di coloro che erano i diretti interessati e protagonisti
dello scontro di classe, coordinando le esperienze e le forze direttamente
tra di loro, per un programma più generale, senza alcuna subordinazione
verso apparati o "intelligenze" esterne. Quando si facevano le
assemblee di coordinamento degli organismi autonomi partecipavano anche
esterni, interessati al progetto, che davano anche un sostegno dal punto
di vista organizzativo e avevano la possibilità di esprimere il proprio
punto di vista ma le decisioni orientative erano di competenza di coloro
che facevano parte effettiva degli organismi autonomi. I tre organismi
autonomi, firmatari del documento che riportiamo, che avevano elaborato il
progetto iniziale erano:
Intorno a questo
organismi autonomi, la cui importanza derivava soprattutto da quella delle
fabbriche in cui si erano sviluppati, altri organismi autonomi di aziende
minori e singoli militanti di vari luoghi di lavoro si aggregavano
coordinando gli sforzi e dibattendo su comuni strategie di lotta. Rapporto, a livello
nazionale, con gli altri organismi autonomi Fuori dall'area
milanese furono presi contatti e stabiliti collegamenti con altre realtà,
come l'assemblea Autonoma di Porto Marghera che aveva una dimensione
territoriale ed era costituita in parte da militanti del Petrolchimico
provenienti dall'esperienza del gruppo Potere Operaio , che si era
sciolto, ma anche da realtà di altri luoghi di lavoro. Furono stretti
rapporti anche con il Collettivo dell'ENEL e con quello del Policlinico di
Roma, che in un secondo tempo avrebbero costituito la componente dell'area
dell'autonomia conosciuta come "i Volsci" dal nome della via in
cui avevano la sede. Il punto di incontro
di queste realtà autonome in quel momento erano le lotte ed il loro
sviluppo e, soprattutto, l'elaborazione dell'intervento costruito
unicamente all'interno delle situazioni. I contenuti del
salario garantito, dell'egualitarismo salariale, della riduzione d'orario,
del rifiuto della gerarchia del lavoro in fabbrica assieme al collegamento
con le lotte nel sociale, principalmente le occupazioni di case e
l'autoriduzione degli affitti, erano gli obiettivi principali delle nostre
lotte. Si fece un importante convegno a carattere nazionale a Bologna nel
tentativo di collegare tutte le realtà autorganizzate nelle varie aziende
per creare un forte e visibile punto di riferimento generale. La
partecipazione fu rilevante, il dibattito serrato, molti gli osservatori
interessati nell'area del movimento. La volontà dell'area romana di
stringere i tempi per una sterzata organizzativa che, sugli obiettivi
della riduzione d'orario e del salario garantito, potesse agire da
direzione della crescita di un movimento autorganizzato a livello
nazionale fu frenata dall'area degli organismi autonomi milanesi che
vedevano in questa accelerazione un pericolo di burocratizzazione e di
avanguardismo che rischiava di bruciare le tappe di una crescita
articolata e veramente autonoma all'interno delle situazioni. Quindi quel convegno
non si concluse con quel salto organizzativo che alcune frazioni
auspicavano. Il rapporto degli
organismi autonomi con i gruppi dell'estrema sinistra
La lotta di classe
arretra L'autonomia di classe
si trova ad essere sempre più schiacciata: da un lato continua il
processo ristrutturativo come risposta del potere padronale che si vale
della complicità del PCI del compromesso storico e del sindacato dei
sacrifici, dall'altro lato l'azione sempre più esterna e prevalente dei
gruppi armati produce un clima di paura e fornisce gli strumenti per una
repressione generalizzata. Il quadro che si
delinea toglie ossigeno all'autonomia di classe che si affloscia
progressivamente. Inizia la stagione delle grandi svendite confederali che
si protrae sino ad oggi secondo l'impietosa legge del pendolo della
storia. L'autonomia
operaia e l'organizzazione (MILANO febbraio 73) Documento di discussione
proposto dall'Assemblea Autonoma della Pirelli-Alfa Romeo e del Comitato
di Lotta della Sit Siemens. LA CONTROPIATTAFORMA
PADRONALE La contropiattaforma
attorno alla quale si svolge oggi sostanzialmente lo scontro, rappresenta
il contrattacco padronale alle lotte imposte dall'autonomia operaia in
questi anni; rappresenta il suo progetto di ristrutturazione da imporre
alla classe operaia; ha anche il significato di costringere il movimento
dei lavoratori a lottare su posizioni di difensiva. Ma ci sbaglieremmo di
grosso, se pensassimo che i punti avanzati dalla Confindustria nella
contropiattaforma siano solo un atto di provocazione nei confronti del
movimento operaio. Questi punti (regolamento dell'assenteismo; pieno
utilizzo degli impianti; con turni a scorrimento delle festività;
regolamentazione dello sciopero articolato e delle lotte aziendali)
rappresentano il cardine di una linea strategica nella quale le forze
padronali intendono muoversi e che già vuole ottenere dei risultati
parziali, fin dai presenti contratti. Soprattutto, su tale linea padronale
si vuole chiamare in causa, e lo si dice esplicitamente, la
responsabilizzazione delle organizzazioni sindacali. SINDACATI E CONSIGLI
DI FABBRICA Le organizzazioni
sindacali sono nella seconda fase del processo di integrazione. La prima, che è
rappresentata da tutto il periodo dal dopoguerra in poi, è la fase della
ricostruzione nazionale dello sviluppo capitalistico. La seconda fase è
quella in cui il sindacato deve impegnarsi più scopertamente in un ruolo
di collaborazione con il piano di ristrutturazione capitalista e di
sviluppo riformista. L'attuale attacco duro
delle forze padronali con la contro piattaforma e il governo di centro
destra ha lo scopo principale di sfrondare i sindacati e i partiti della
sinistra operaia da quanto di ribellismo esista ancora in essi, e di
costringere la classe operaia ad assumere una posizione di assoluta
passività nei confronti del piano del capitale. Infatti, il sindacato, di
fronte a questo attacco, contratta la piattaforma, si appella anch'esso
alla produttività, costringe all'auto limitazione delle forme di lotta di
classe operaia, proprio come richiesto dalle forze padronali. Contro
partita di questa palese svendita dei contratti e delle forme di lotta,
che la classe operaia si è conquistata in questi anni, non può che
essere , come chiedono il sindacato e i partiti della sinistra
parlamentare, la restaurazione del centro sinistra, legata alla ripresa di
un progetto di riforme che veda la sinistra parlamentare maggiormente
coinvolta. RUOLO DEL CONSIGLIO DI
FABBRICA L'ipotesi che il
consiglio di fabbrica sia lo strumento dell'organizzazione di base che la
classe operaia ha saputo imporre come espressione della crescita della
propria autonomia, non la riteniamo esatta. E' chiaro invece, che di
fronte alla spinta della base, alla crescita e allo sviluppo
dell'autonomia operaia, che nelle sue fasi spontaneiste spesso sfuggiva al
controllo dei vertici sindacali, questi sono stati costretti a cedere
verso un modello di organizzazione più di base, che però nel contempo,
desse loro maggiori possibilità di controllo sulla base stessa. Facendo
un bilancio, della costituzione dei consigli fino ad oggi, non possiamo
che constatare come essi siano sempre stati controllati dai vertici
sindacali. Questi ultimi, li fanno funzionare quando sanciscono ciò che
è già stato stabilito dalla propria linea e li bloccano non appena
prevalgono istanze di base. Abbiamo visto come nel momento
dell'elaborazione dalla piattaforma contrattuale dei metalmeccanici, tutta
una serie di posizioni avanzate prevalse nei confronti delle maggiori
fabbriche milanesi, siano state tagliate fuori nel momento conclusivo del
convegno di Genova. Lo vediamo con maggior
chiarezza attualmente, quando di fronte alla decisione dei vertici
sindacali di frenare le lotte, facendo prontamente marcia indietro ogni
qualvolta il padronato attua le sue forme di repressione, lo strumento dei
consigli di fabbrica resta pressoché impotente a far passare la posizione
contrastante. Il guardare con religiosità al consiglio di fabbrica come
al modello ideologico, unico punto di riferimento per l'organizzazione
della classe operaia, significa realisticamente, rimettersi al disegno dei
vertici sindacali di espropriare di ogni potere decisionale le assemblee
dei lavoratori e di tutte le forme organizzative che direttamente
esprimono le lotte dell'autonomia operaia. Il processo con cui si realizza
e avanza l'organizzazione dell'autonomia operaia, deve essere inverso:
deve partire dalla capacità operaia di decidere e attuare direttamente le
forme di lotta e gli obbiettivi idonei a battere la linea del padronato.
Occorre ridurre lo spazio ad ogni mediazione volta a castrare l'azione
diretta della classe operaia. Questo non significa che non bisogna tener
conto della realtà esistente dei consigli di fabbrica, ma che bisogna
cercare di intervenire in questo spazio, quando è possibile, per far
passare la linea espressa dalla base operaia. Si vuole però mettere in
evidenza, quanto sia erroneo e castrante un atteggiamento di assoluta
subordinazione dell'azione diretta operaia alle decisioni del consiglio di
fabbrica. Semmai il processo deve essere inverso: cioè l'azione diretta
operaia deve condizionare il consiglio e il sindacato. In tal senso la
realizzazione dei comitati operai di reparto, collegati tra di loro nella
fabbrica, espressione della volontà di base, alla quale debbono fornire
gli strumenti di attuazione immediata, sono una indicazione fondamentale
in questo momento. RISTRUTTURAZIONE E
ASSENTEISMO La ristrutturazione è la
risposta del capitale alla lotta di classe; rappresenta anche
l'adeguamento alle necessità dello sviluppo del capitalismo come
derivazione dell'unificazione di più monopoli e come necessità di
conversioni di impianti, derivante dalla saturazione di certi mercati. È chiaro che tutto
questo processo, dal punto di vista padronale deve essere fatto sulla
pelle dei lavoratori. La risposta della classe operaia a questo disegno
del capitale si deve muovere su due direttive: una deve essere
rappresentata dall'attacco alla struttura produttivistica
dell'organizzazione del lavoro. Infatti nel momento in cui la
ristrutturazione viene usata per aumentare la produzione, determinando da
un lato, l'aumento del carico di lavoro per una parte di operai,
dall'altro la cassa integrazione e i massicci licenziamenti per un'altra
parte, la migliore risposta deve essere quella di passare dalla fase
dell'assenteismo (momento di legittima difesa individuale contro nocività
e ritmi), ad una forma più politicamente cosciente di rifiuto del lavoro.
Tale rifiuto deve essere realizzato attraverso una linea di non
collaborazione permanente articolata del rifiuto del cottimo, nella
riduzione dei ritmi, nel rifiuto dei lavori nocivi. Deve nascere
nell'operaio una vera e propria coscienza antiproduttivistica, in cui
netta deve essere la demarcazione tra quelli che sono gli interessi di
produzione e di profitto capitalistico e gli interessi della classe
operaia. L'altro elemento della risposta operaia alla ristrutturazione, è
il porsi come obbiettivo il salario garantito. E' chiaro che tale
obbiettivo vuole essere una risposta ai licenziamenti e alle sospensioni
ed ha un significato reale nella misura in cui viene generalizzato e
concretamente articolato nelle varie situazioni. IL GOVERNO ANDREOTTI
ED IL NOSTRO PROGRAMMA POLITICO IL governo Andreotti di
centro-destra vuol essere una risposta dura dei padroni all'attacco che
l'autonomia operaia sta portando in questi anni. I provvedimenti
repressivi che hanno caratterizzato l'attuale governo li abbiamo tutti
presenti: dalla riduzione degli aumenti ai pensionati, all'estensione
massiccia della cassa integrazione, dall'attacco ai picchetti alle
migliaia di denunce, alla riduzione degli spazi democratici di
manifestazione, ecc., all'attacco ai magistrati democratici, dall'aumento
di contingenti di polizia alla presentazione della proposta di legge del
fermo di polizia, fino alla licenza di uccidere per i poliziotti. E' chiaro che
l'abbattimento del governo Andreotti punta avanzata ed organizzata della
repressione padronale, messo apposta per la stagione dei contratti, deve
essere uno degli obbiettivi che la classe si deve porre.. Ma deve
oltretutto essere ben chiaro alla coscienza operaia che qualsiasi governo
verrà messo dai padroni, sia di centro-destra che di centro-sinistra,
risponderà con gli stessi strumenti repressivi, quando la lotta di classe
minaccia i privilegi su cui regge il potere capitalistico. Il governo
Andreotti ha de compiti da assolvere, compiti che rientrano nella necessità
strategica del sistema: la ristrutturazione, il controllo della classe
operaia nel momento della produzione, l'annientamento delle forze
eversive, l'allineamento dei sindacati, sono necessità strategiche del
sistema non un pallino di Andreotti. Qualsiasi governo dovrà assolvere a
questi compiti, lo potrà fare in modo più o meno elegante ed efficiente,
ma lo farà. Quindi la parola d'ordine "abbattere il governo
Andreotti", rischia di fare confusione nell'essenziale punto
precedente e di diventare un diversivo opportunistico, un falso obbiettivo
politico. Inoltre, nel caso specifico dell'abbattimento del governo
Andreotti, bisogna stare ben attenti a non dare spallate a una porta già
aperta. Infatti, la valutazione che abbiamo dato circa la svendita dei
contratti e delle forme di lotta aperte dai sindacati, in pieno accordo
con i partiti della sinistra parlamentare, potrebbe prevedere già come
contropartita da parte del potere, l'ipotesi del ritorno al
centro-sinistra. In tal senso agire da sollecitazione per la caduta del
governo Andreotti senza mettere in discussione nel contempo, con la lotta,
lo stesso sistema di produzione capitalistica, significa facilitare il
gioco a quelle forze che mirano solo a portare la classe operaia, da un
ingabbiamento più rigido ad un ingabbiamento più riformista, senza però
dare spazio all'alternativa rivoluzionaria. L'ANTIFASCISMO E LA
LOTTA DI CLASSE In questo senso, tutta
l'ipotesi a cui si da molto fiato in questi ultimi tempi, cioè di usare
un discorso unitario e nello stesso tempo di lotta dura sulla base
dell'antifascismo, come sollecitazione dell'abbattimento del governo
Andreotti, rischi di essere un obbiettivo fuorviante. Da una parte perché
si sta dando al movimento tutta una caratterizzazione manifestaiola, che
poi porta allo svuotamento del movimento stesso. Dall'altra, l'ipotesi
della lotta unitaria, è nel contempo dura, alla fine diventa, per
l'impostazione che si è data, sempre più unitaria e meno dura, e sempre
più recuperabile dalle organizzazioni riformiste. Soprattutto non si può
fare, di un obbiettivo che è parziale nella lotta di classe il fulcro
della stessa rischiando di cadere nella trappola riformista. Non ci può
essere una crescita di lotta antifascista se non parte concretamente e
organicamente dalla situazione di classe e se non si articola in
obbiettivi che siano nello stesso tempo anticapitalistici, cioè di
attacco all'organizzazione del lavoro (contro la nocività, i ritmi,
contro la produttività, le qualifiche) e della società (affitti, prezzi,
trasporti, ecc.); e se non si esprime nelle forme proprie dell'illegalitarismo
proletario. Quindi, nel contempo in cui la situazione è effettivamente
difficoltosa all'interno delle fabbriche, per la posizione frenante ormai
frontalmente assunta rispetto alle lotte dal sindacato, stiamo ben attenti
a non cadere in suggestive fughe manifestaiole, che poi sono bolle di
sapone che si rompono al primo urto: frutto di questa tendenza è la
direzione esterna e intellettualistica del movimento, che trova nei gruppi
la propria tendenza organizzativa. CARATTERIZZAZIONE
DELL'ORGANIZZAZIONE DELL'AUTONOMIA OPERAIA. Uno dei motivi per cui la
lotta di fabbrica trova difficoltà ad esprimersi in tutta la sua durezza,
deriva, oltre che dall'azione frenante dei sindacati, dalla sempre minor
credibilità che le lotte del contratto vengono ad assumere agli occhi dei
lavoratori. Dopo la lotta contrattuale del '69, e la notevole avanzata del
movimento nelle fabbriche, con il conseguimento di conquiste
considerevoli, si sono visti anche i limiti che tale lotta comporta dal
momento in cui si è staccata dal contesto sociale. Ed è proprio sul
terreno sociale che i padroni hanno avuto la loro rivincita, come dimostra
il continuo aumento del costo della vita. Il sindacato cerca di recuperare
l'esigenza della classe operaia di allargare la lotta sul terreno sociale,
inserendosi con la sua ipotesi di lotta per le riforme di struttura,
inseguendo il disegno della conciliabilità di interessi tra padroni e
classe sfruttata nella via dello sviluppo capitalistico. Unico sbocco di
tutto ciò è la collaborazione interclassista. Oggi le lotte sono contro
il costo dei trasporti, per il diritto alla casa da conquistarsi con
l'occupazione dei palazzi sfitti e con lo sciopero degli affitti, sono
tutti momenti di lotta del proletario sul terreno sociale. E' importante
creare su questi momenti di attacco parziale e in forma diretta, fuori
dalla fabbrica degli organismi complessivi gestiti dalla base proletaria e
collegati con le lotte in fabbrica, prendendo impulso proprio dalle
attuali lotte contrattuali e come risposta al taglio sulla busta paga come
conseguenza degli scioperi. Oggi, però, rischia di prodursi nuovamente la
vecchia prassi, anche se in forme nuove e più attualizzate. Portatori di
questa tendenza rischiano di farsi i gruppi rivoluzionari nella misura in
cui riproducono la vecchia logica, quando vogliono affidare agli organismi
autonomi di massa un ruolo più economicista di subordinazione della linea
politica generale del gruppo stesso. La riproduzione del vecchio schema,
anche se in forma nuova , tra lotta economica e lotta politica, tende a
riportare verso l'integrazione il movimento, o verso un nuovo tipo di
avventurismo, a seconda la linea di tendenza che più lo caratterizza:
diventa avventurismo quando si sollecita lo sviluppo del movimento su
linee sostanzialmente sindacaliste, mascherate da un opportuno linguaggio
rivoluzionario, linee che fanno sostanzialmente leva su uno spazio
legalitaristico, da allargare progressivamente rosicchiando sempre più
terreno al sistema. In realtà questa tendenza ottiene l'effetto di far
spaventare i padroni e di impegnarli a dare una risposta repressiva molto
dura che poi non trova il movimento di classe complessivamente preparato a
reagire al livello di scontro deciso dai padroni. Anche con il
privilegiare il momento politici-armato sul movimento di massa,
facendosene falsamente interprete, si corre lo stesso rischio di far
precipitare la repressione sulla classe non organizzata, al livello di
scontro provocato dal medesimo gruppo rivoluzionario armato. In questo
senso è giusto che gli organismi autonomi si muovano su una linea che
unifichi la lotta politica e quella economica, facendosi carico
complessivamente dalle esigenze richieste dal livello di scontro della
classe operaia, su tutto il terreno nel quale ci si muove, compreso quello
dell'illegalismo proletario. CONTRATTO E LOTTE
SOCIALI. Lo sviluppo corretto
dell'autonomia operaia deve muoversi su tre linee di tendenza: La natura
sempre anticapitalista e antiproduttivistica , cioè di attacco della
struttura del lavoro, degli obbiettivi che il movimento si pone. Il
terreno non legalitaristico, ma legato alla necessità di lotta che
richiedono gli obbiettivi che ci poniamo è condizionato solo alla
coscienza del nostro rapporto di forza. Sviluppo continuo della capacità
di autogestione dello scontro, in tutti i suoi aspetti, condotto
direttamente dalle stesse masse sfruttate. In questo senso gli organismi
autonomi non debbono assumere di burocratica rappresentatività
dell'autonomia operaia, quanto invece assolvere ad una funzione dialettica
e di costante indicazione politica complessiva, e di accumulo
organizzativo dell'azione rivoluzionaria rispetto al movimento. LOTTA DI CLASSE E
AZIONE DIRETTA Ogni processo
rivoluzionario passa per la via dell'azione diretta. Le leggi attuali sono
il frutto del consolidamento di una certa struttura sociale che si regge
sul potere di una classe sull'altra, le cui condizioni di privilegio per
essere mantenute hanno necessità di una forza violenta ( polizia,
magistratura, fascisti, ecc.) che ne mantengono il rispetto rigoroso
contro chi sfruttato, si ribelli. All'interno di questa struttura viene
concesso un margine di mobilità apparente (democrazia borghese) frutto
delle lotte precedenti, il cui confine è quello di non mettere in
discussione, non con le parole, ma con i fatti, .le condizioni della
classe privilegiata. Il movimento che non si propone il discorso
dell'illegalità della lotta in senso strategico e non solo tattico, non
potrà mai avere una funzione rivoluzionaria. Ecco che qui nasce l'altro
aspetto dell'analisi, all'interno di chi ha accettato la via illegale non
riformista, sulla violenza di massa o sulla violenza staccata dalla massa.
Qui nessuno sarà mai disposto ha dichiarare che la violenza proletaria da
lui esercitata è fuori dalle masse. Quindi, per verificare se si tratta
di braccio armato o no, di autoelezione abusiva a rappresentanti della
lotta illegale proletaria o sua espressione naturale, bisogna darsi dei
criteri di valutazione, di cui riaffermiamo il primo enunciato, che
abbiamo sopra messo in evidenza: IL PROLETARIATO DEVE AGI RE NON NELLA
CONVENZIONE DELLE LEGGI BORGHESI, MA NELLA CONVENIENZA DELLA PROPRIA
LOTTA. Per stabilire i criteri
di giudizio sulla convenienza della lotta proletaria, ci basiamo sui
seguenti principi: che l'azione susciti adesione, approvazione,
partecipazione e riproduzione in seno alle masse; raggiungendo il fine di
una maggiore radicalizzazione della coscienza rivoluzionaria. Che si
unisca con il senso di giustizia e di proposizione quando si colpiscono
gli effettivi responsabili della repressione operaia ( non si rompe un
uovo a martellate!): Che il danno provocato alla struttura padronale abbia
una sua proporzione con la capacità, sia nel grado di coscienza che di
organizzazione della classe operaia, di reagire e contrattaccare
nuovamente alla risposta della repressione padronale. Che le eventuali
azioni devono essere coordinate dall'azione politica generale, cioè
devono essere interne allo scontro di classe, nel senso di essere utili e
funzionali al conseguimento degli obbiettivi che sono il sostegno della
lotta sia in senso tattico che strategico. E' chiaro che da questo punto
di vista il criterio con cui i compagni si fanno carico all'interno della
situazione di classe della capacità di muoversi sul terreno dell'azione
diretta, non può essere niente che faccia riferimento ad un servizio
d'ordine katanghese o di tipo "braccio armato". Tutto deve essere
riversato sulla capacità politica dei nuclei operai di sapere colpire nel
momento buono, nella direzione giusta, secondo il polso e il grado di
coscienza operaia, contro l'organizzazione capitalistica del lavoro e la
sua struttura produttivistica, contro gli strumenti della repressione
padronale. LOCALISMO O
ORGANIZZAZIONE GENERALE La possibilità di
sviluppo degli organismi autonomi con la funzione che correttamente faccia
fronte alla necessità che l'autonomia operaia esprime, si deve basare su
tre principi: la gestione della lotta nella fabbrica, in tutte le sue
implicazioni, e fuori della fabbrica, attraverso collegamenti diretti,
deve essere assicurata dalla capacità di direzione operaia. L'organismo
autonomo deve saper saldare, negli obbiettivi, nei momenti organizzativi,
nella linea strategica che ne consegue, la lotta economica con quella
politica, rifiutando il riprodursi della separazione tipica delle
organizzazioni operaie tradizionali, tutte naufragate nel riformismo, tra
sindacato da una parte e partito dall'altra. L'organismo autonomo deve
diventare un momento centrale in cui, dall'interno della situazione di
classe e sotto il diretto controllo della direzione operaia, si elabora e
si verifica nello stesso tempo la linea complessiva che deve tendere
strategicamente ad opporsi al disegno del capitale, attaccandolo sul piano
rivoluzionario. E' chiaro che per poter
svolgere correttamente questa funzione si debbano attuare collegamenti
sempre più stabili tra i vari organismi autonomi, delle fabbriche e del
terreno sociale, che emergono delle situazioni di classe. Questo
collegamento deve essere fatto sempre in forma diretta e non attraverso un
gruppo politico specializzato in tal senso, contribuisce a quella crescita
reciproca che da una parte ci fa maturare di contenuti nella singola
situazione interna, dall'altro opera in una corretta omogeneizzazione
verso una medesima linea di tendenza strategica. Forse questo progetto sarà
più lungo di altri, ma siamo convinti che sia capace di costruire sul
concreto. Il processo inverso, quello di far calare a priori la scelta di
una linea strategica da parte di una struttura sostanzialmente esterna,
caratteristica questa insita nel gruppo che sfugge al controllo e alla
verifica della direzione operaia, calata sugli organismi autonomi, diventa
astrazione del processo rivoluzionario espresso dall'autonomia operaia. LOTTA ECONOMICA E
LOTTA POLITICA La separazione che le
organizzazioni tradizionali della sinistra, quali il sindacato e il
partito, riproducono tra lotta economica e lotta politica, divisione che
abbiamo visto come porti ad una progressiva integrazione, era stata
largamente messa sotto critica dalla rinascita del movimento
rivoluzionario di questi anni. Oggi è matura la situazione perché, sullo
slancio delle lotte contrattuali e per dare più ossigeno alle medesime,
parta un programma di lotta su obbiettivi unificanti fra le varie
categorie e per tutto il proletariato sul terreno sociale, aprendo una
vertenza diretta contro lo stato. Questa piattaforma, deve avere le sue
radici negli obbiettivi di fabbrica partendo dall'attacco alla produzione
e dalla opposizione a trattare la contropiattaforma padronale, per
impedire la divisione nelle trattative tra i padroni privati, i padroni di
stato e i piccoli padroni, e bloccare ogni tentativo di far passare l'autolimitazione
delle forme di lotta. Sul piano più specificatamente sociale, il
programma deve andare avanti sulla base di obbiettivi unificanti della
lotta contro i prezzi, basandosi su richieste specifiche come la riduzione
degli affitti per tutti, invece che la riforma della casa; il pagamento
dei trasporti a carico dei padroni, l'eliminazione delle tasse sulla busta
paga, il non pagamento delle bollette (luce, gas, ecc.). Sul piano degli
obbiettivi più specificatamente contro il rafforzamento dello Stato, non
deve passare la proposta del Fermo di Polizia e deve essere combattuta
qualsiasi tendenza all'aumento della capacità repressiva della struttura
statale (es. allontanamento dei tre magistrati milanesi che interpretavano
in maniera corretta lo Statuto dei Lavoratori). Portare avanti un simile
programma significa anche porsi l'obbiettivo dell'abbattimento del governo
Andreotti, ma su una base ben precisa di attacco anticapitalistico alla
stessa struttura di sfruttamento
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