Aeroporto
“Magliocco”
8
agosto 1983
Le
azioni di blocco del 6, 7, 8 agosto e i blocchi che seguiranno si
inquadrano nel nuovo tipo di iniziative che il movimento per la
pace intende portare avanti in Italia.
Finita
l’epoca delle grandi marce, delle manifestazioni “sfilata” che
pur valide non muovono di molto le pedine sulla scacchiera delle
decisioni se non sono seguite da altrettante piccole mosse
quotidiane, si è fatta strada la via dell’iniziativa diretta non
violenta, i blocchi di agosto vo levano essere appunto questo.
Tutto ciò inserito in un programma di mobilitazione che ha
portato alla nascita dell’IMAC (Raduno internazionale contro i
Cruise), l’IMA C nasce con la volontà di portare avanti un
discorso unitario con tutti quei singoli, compagni e non, che pur facendo
parte di organizzazioni sappiano discutere e agire intorno a degli
obiettivi comuni.
Questo
sono stati i blocchi del 6-7-8 agosto, un’iniziativa unitaria non
priva di discussioni, confronti anche accesi ma sostanzialmente
unitaria.
È
questo che la carica dell’8 voleva spezzare; la capacità di
condurre sia pure con tutte le diversità un ‘iniziativa comune.
“Uniti nella diversità, diversi nell’unità”, ciò ha tentato
di fare gran parte dell’informazione nei commenti a caldo dopo la
carica, tentando di addossare la responsabilità non al Ministero
dell’interno, al questore Borgese ed agli stessi poliziotti, bensì
a settori dei dimostranti.
Per
questo nasce questo dossier, con lo scopo di informare su cosa è
accaduto, e l’articolazione dello stesso non lascia spazio alle
supposizioni di qualsiasi tipo ma fa parlare chi era presente, fa
parlare le immagini che testimoniano dell’operato delle forze
dell’ordine.
Infine
è come proseguimento di questo lavoro che abbiamo promosso i
blocchi per il 26-2 7 settembre, è per continuare la lotta senza
farsi fermare dalla repressione delle forze dell’ordine che in
questi giorni hanno arrestato l’ennesimo compagno reo questa
volta non di blocco o perché penetrato all’interno della base
ma colpevole del fatto di essersi autodistaccato a Comiso in qualità
di obiettore al servizio della lotta per la pace.
1.M.A.C.
La
mattina dell’8 agosto come le altre mattine ci siamo svegliati
alle 4. E ancora buio, ma l’aria frizzante ci mette di buon
umore, eppure sappiamo bene di non dover andare ad un picnic. Nei
giorni precedenti tutto è andato tranquillamente. Sabato,
Hiroshima day, siamo rimasti di fronte ai cancelli del Magliocco
tutto il giorno. La polizia non ci ha mai disturbato, e all’arrivo
degli operai ha consigliato loro di tornare indietro. Lo stesso
domenica 7, secondo
anniversario della decisione del governo italiano di installare a
Comiso i 112 Cruise. Abbiamo tenuto il blocco per tutta la
mattina, poi abbiamo preferito ritornare al campo per preparare in
assemblea il blocco dell’indomani. Sicuramente diverso.
Sicuramente più duro. Ci dividiamo subito in 4 gruppi, uno per ogni
cancello e partiamo insieme per l’aeroporto. Non appena ci
avviciniamo all’aeroporto su di noi si innalzano, per ricadere
lentamente, decine di bengala. Accendono luci giallastre, tetre.
Deformano sul manto stradale le nostre ombre; qualcuno di essi,
ricaduto sui campi secchi, dà origine a dei fuochi. Li spegnamo.
Molti erano convinti di trovare la strada sbarrata dalle forze
dell’ordine. Tutto è però apparentemente calmo. Alle 5
siamo già tutti seduti stretti di fronte ai cancelli. Quello
principale è sbarrato da pulmini e macchine della polizia. Gli
altri sono quasi deserti. Solo in numero 1, quello più vicino al
bivio con la S.S., si presenta protetto da una fila di carabinieri
sonnolenti. Abbiamo dei responsabili ad ogni cancello per i rapporti
con le forze dell’ordine. Si presentano ad esse. Il clima è
disteso. Pian piano la schiarita. Dagli Iblei spunta il sole,
l’alba spezza l’umidità della notte e con essa scemano paure e
preoccupazioni. Il nuovo giorno fa presagire che tutto si
concluderà come i giorni precedenti. Ma queste impressioni si
faranno sempre più deboli, via via che passeranno le ore. Già
verso le 8 giunge la notizia che al cancello n. 3 si stanno
concentrando polizia e CC, forse nel tentativo di forzare il blocco
per far passare quei camion che continuano a girare intorno
all’aeroporto, sperando di trovare un varco libero.
Contrattazioni, minacce, ma poi tutto si conclude nel nulla. I
carabinieri vengono rispediti a casa dagli agenti. Un’ora dopo
al cancello n. 1, un ufficiale dei CC, chiede di far uscire i propri
militari. Dice che hanno finito il turno, non ci sono problemi:
apriamo un varco nel blocco, e facciamo uscire uno alla volta i
carabinieri. C’è cordialità; ci si saluta tranquillamente. Ma
quei militari non vanno via, si dirigono anche loro verso il
cancello principale.
Qui
il questore BORGESE pretende di forzare il blocco per entrare
con il proprio mezzo all’interno dell’aeroporto, vuole
telefonare al Ministero; potrebbe usare l’autoradio. Non siamo
disposti a reagire alle provocazioni, si contratta, ci si
confronta. Contemporaneamente dalle camionette iniziano a scendere
un centinaio di poliziotti. Si dispongono alle nostre spalle
chiudendoci ogni via di uscita. Davanti gli agenti che fanno da
scudo agli automezzi che chiudono il varco al Magliocco. Di dietro i
celerini che montano il casco, imbracciano gli scudi, stringono il
manganello. Compaiono i primi fucili per il lancio dei lacrimogeni.
Rapidamente si alza la tensione. Ci sediamo tutti per chiuderci
dalla carica, in molti sdrammatizzano il momento. Sarà una
tecnica per metterci paura.
«Non
possono caricarci, che senso avrebbe?! Al governo non conviene;
sanno benissimo che domani ce ne andiamo». E il pensiero di
Gabriele di Catania, come lui siamo in molti a pensare lo stesso.
Infatti qualche minuto dopo si decide di far passare il Questore.
Apriamo il settore di centro del blocco; i celerini si svestono e
risalgono sui jeepponi e sui blindati. A sdrammatizzare
ulteriormente ci pensano i compagni del servizio ristoro rapidi a
rifornirci di panini, acqua e pomodori. Qualcuno di noi inizia a
parlare con i militari che abbiamo di fronte. C’è chi risponde
cordialmente, c’è chi taglia con occhiate fredde e cariche di
odio. Un sottotenente dei CC vicino al cancello pare faccia di
tutto per innervosire noi e i suoi uomini. Ha voglia di alzarsi le
maniche per menare. Lo “tallona” un capitano che ripetutamente
lo invita a tenere i nervi saldi. Ma il sottotenente, un uomo alto
con i baffi larghi e neri, si autoesalta. Inizia a minacciare, ad
insultare a fingere di calciare il volto di coloro che siedono in
prima fila. C’è chi, come Gabriele, che afferma di averlo sentito
urlare «ma quale pazienza! Sarebbe necessaria una squadra di
fascisti per eliminare il blocco»!!
E
il capitano stesso che ci assicura che tutto procede “per il verso
giusto”. Sono le 10,10, e ci dice: «Non vi preoccupate, alla
base c’è il questore che sta mediando tra voi e il Governo per
non caricare». È la prima prova evidente che ciò che sarebbe
accaduto era già stato premeditato dall’alto, e che non sarebbe
stato imputabile alla sola “follia” di un funzionario che non
vuol perdere tempo. Ma è anche la prova che la polizia già sapeva
dell’imbrattamento della macchina e del “taglio” (mai
dimostrato e da molti smentito) dei copertoni. Dopo infatti
avrebbero aggiunto «... Anche se avete tagliato i copertoni della
macchina».
Tutto
è poi continuato tranquillamente. Sono stati garantiti i rapporti
tra le forze di polizia, anche per ciò che riguarda acqua,
sigarette, ecc. Un elicottero, lo stesso che aveva rotto il nostro
silenzio il giorno 6, quando c’eravamo tenuti un minuto per mano
per commemorare la tragedia di Hiroshima, continuava a perlustrare
gli estremi della base. Spesso si lasciava cadere giù sino a
sfiorare la cima degli alberi; poi una virata e ripartiva verso
l’alto. Ogni volta, tutte le volte, il fragore dell’elica
violentava canti e discussioni.
Chiare
provocazioni. Come quelle inscenate dal questore e da poliziotti in
borghese che continuamente, senza avvertimento, passavano e
ripassavano dal blocco. Crescevano anche tra noi tensione e
nervosismo, ma nessuno è caduto nella trappola. Nessuno ha reagito.
Si avvicina l’ora di pranzo. Il questore ci fa sapere che
bisogna far spazio a poliziotti e carabinieri che devono darsi il
cambio di guardia. Avevamo preveduto il cambio. Si era già deciso
di far uscire tutti uno alla volta, facendoli passare da un varco,
aperto come già era stato fatto al cancello n. 1.
Ricorda
Stefano di Roma: «Avevo il compito di coordinatore tra i portavoce
dei gruppi presenti al blocco e i funzionari di polizia. Abbiamo
immediatamente consentito il cambio dei poliziotti, purché
uscissero a piedi.
C’erano già stati dei tentativi di carica; ma erano stati
bloccati subito dalla nostra disponibilità a contrattare. Il nostro
obiettivo era bloccare i lavori. Ad un tratto due funzionari entrati
nella base per telefonare dopo essere passati da un varco
opportunamente aperto, ci chiedono di far uscire anche gli
automezzi, dato che dovevano cambiare anche gli autisti. Si perde un
po’ di tempo a confortarci perché ci sono dei gruppi che non sono
d’accordo all’uscita di essi, anche per il timore, come dice
Giovanella di Catania, che ciò
potesse servire da pretesto per caricarci, dato che i poliziotti
sarebbero passati tra di noi». E Stefano: «Abbiamo chiesto
qualche altro minuto per discutere con i compagni. I funzionari ci
risposero che non c’erano
problemi di tempo, dissero “abbiamo aspettato tanto...”». Ma
c’era qualcosa di strano nel modo di fare
e di dire dei funzionari e del questore. Pasquale di Sansevero,
uno dei portavoce dei settori del blocco: «La mia impressione è
che le forze dell’ordine che parlavano con noi, non la dicessero
tutta. Chi ha esperienza in queste cose, si rende conto
effettivamente quando si vuole trattare.
Generalmente
ti dicono entro quanto tempo puoi decidere. Ti dicono le reali
loro intenzioni dall’inizio alla fine; ti dicono se e quando sta
per scattare la carica. Invece niente, non ci hanno detto niente.
Solo un “fate in fretta perché non abbiamo più tempo da perdere
Abbiamo
chiesto più volte che tenessero calmi i poliziotti, come noi -
facevamo con i manifestanti. Si è chiesto ripetutamente di definire
gli orari in cui gli agenti dovevano dare il cambio. Hanno risposto
che l’orario non era un “affare nostro”, innalzando cosi la
tensione; innervosendo ulteriormente i carabinieri, già stanchi
dopo sette ore di “presenza al blocco
Dalla
consultazione dei gruppi, emerge persino la proposta che con il
cambio si sciolga il blocco visto che politicamente era riuscito perfettamente.
Questa proposta in fase di discussione fu comunicata ai diversi
funzionari. Non esisteva problema per il cambio. Il blocco si sarebbe
aperto nel settore di destra. Tra di noi si era raggiunto il massimo
del consenso. Dice Gabriele: “Io personalmente ho cercato di
aprire il cerchio prima della carica, ma ciò non ha sortito alcun
effetto”.
Ad
un tratto senza alcun avvertimento, smontano giù dai loro pulmini
centinaia di celerini. Sono di nuovo schierati, armati, decisi. Di
fronte al cancello il solito sottotenente dei CC passa in rassegna
più volte gli uomini, incitandoli a colpire duramente. C’è
Antonio di Messina che è certo di averlo sentito dire:«4 colpi
nei denti e li ammazziamo tutti!». Massacriamoli, uccidiamoli
questi quattro bastardi!». Si levava nervosamente un elmetto
diverso da quello di ordinanza, per rimetterselo subito. Brandiva un
frustino. Ce lo descrive Sergio di Roma: «Aveva quattro cordami del
diametro di un cm. ciascuno; erano di plastica resistente, duro ma
flessibile. L’intreccio era tale da formare un cordone lungo
un m. a sezione quadrata, terminante con dei filacciamenti lunghi
circa 40 cm., alle cui estremità vi erano delle palline di
materiale plastico, tipo perline di corallo. Lo arrotolava
ironicamente a mo’ di serpente intorno al braccio...!!». Il
capitano dei CC lo vede e lo invita alla calma: “leva di mezzo
quell’arnese; perché ci crea delle grane” lo hanno sentito
urlare. Ma i carabinieri sono sempre più tesi, inferociti. Si
levano d’addosso le bandoliere (il cui uso è vietato per legge),
iniziano a brandirle in aria; poi si infilano al braccio lo scudo.
Qualcuno provvede a caricare i lacrimogeni. Una cassetta di pomodori
posta accanto a dei manifestanti seduti, viene sbattuta loro addosso
con un calcio sferrato da un carabiniere. Invitiamo alla calma.
Spieghiamo
loro che stiamo per spostarci, che abbiamo già deciso di farli
passare, che è colpa dei loro superiori che non dicono quando
avverrà il cambio. Qualcuno ci risponde: «Dovevate pensarci
prima,
adesso
è tardi!!».
Continuavamo
a trattare, a convincerli a non perdere la testa. Dicevamo loro
che tutto ciò era assurdo, ingiusto; dice Pasquale: “Stavamo
ancora discutendo col commissario, quando questi si mette il casco e
dà il segnale». E la carica. Immotivata, improvvisa, brutale. La
giustificazione della carica fornita dalla polizia, verrà
riportata completamente dalla stampa. Si dice che alcuni estremisti,
appartenenti al gruppo di Autonomia Operaia, si sono accaniti
contro l’autista di una delle vetture della polizia, una “Fiat
Ritmo” bianca, che voleva opporsi ad un manifestante che con una
bomboletta spray stava imbrattando la fiancata dell’autovettura
con scritte ingiuriose e minacciose quali: “Vi uccideremo
tutti”, “Digos a morte”. Una versione criminalizzante,
falsa, ma sicuramente insufficiente a giustificare la violenza
della carica, con le sue manganellate, i suoi spari, i lacrimogeni
e l’inaudita caccia all’uomo.
Ma
la verità sulla macchina imbrattata è un’altra. Riportiamo per
intero la dichiarazione comunicato diffusa dopo la carica dalla
Federazione delle Chiese Evangeliche di Sicilia e Calabria e che
da solo basta a far luce sulla montatura della polizia. «In
relazione a quanto dichiarato dalla questura di Ragusa in merito
ai fatti dell’8 agosto, affermiamo:
I)
che un gruppo di cristiani evangelisti e cattolici tra i
quali il pastore Rapisarda, il seg. nazionale della FGEI Paolo Naso,
e il rev. Giovanni Franzoni della comunità cattolica di base di S.
Paolo in Roma hanno potuto seguire da vicino tutto quello che è
avvenuto nei pressi della Ritmo bianca, in dotazione alle forze
dell’ordine, imbrattata da alcuni dimostranti non appartenenti al
gruppo cristiano;
2)
che in base alle testimonianze raccolte tra i membri del
gruppo l’automobile riportava alcune scritte a pennarello già
dalle 6 del mattino, quando il gruppo si è seduto accanto e
nulla vi è stato aggiunto, né vi è stato alcun tentativo da parte
di chicchessia;
3)
il presunto provocatore di Autonomia Operaia, avvicinatosi
all’automezzo, con l’intento di imbrattarlo con una bomboletta
spray, era un giovane nonviolento tedesco e non portava in mano
nulla di quanto attribuitogli;
4)
che “gli autonomi intervenuti in modo violento in difesa
del compagno”, come pubblicato da vari giornali, erano in realtà
membri del gruppo cristiano che in un momento di generale
distensione e in modo del tutto nonviolento cercavano di convincere
l’agente che aveva fermato il giovane tedesco a liberarlo;
5)
che
la carica ordinata dal questore di Ragusa Borghese, pertanto, è
avvenuta “a freddo” e senza alcuna giustificazione...»
Aggiunge
a tal proposito Giovannella di Catania: “Stavamo mangiando, il
blocco non c’era quasi più di fronte alla Ritmo. Le scritte erano
state fatte con pennarelli neri. Non ricordo a memoria gli slogans,
ma di sicuro non erano contro la polizia. Solamente scritte di Autonomia
e niente di più. Non vi erano provocazioni dirette come quelle riportate
da alcuni giornali, tipo: “Vi uccideremo tutti”. L’unico
slogan diretto alle forze dell’ordine, è stato di tipo verbale;
diceva: “Polizia italiana non difendere la base americana”.
Sulla macchina c’era anche una scritta in tedesco. “Nessuno,
dico nessuno, aggiunge Giovannella né stranieri né evangelici né
tantomeno quelli di Autonomia, erano intorno alla macchina con
bombolette spray in mano. E successo solo che uno straniero mentre
beveva dell’acqua da una bottiglia di plastica, è stato bloccato
da un agente. Siamo subito andati verso di loro ma ad un tratto la
polizia èsaltata dalle camionette, si è messa i caschi e ha preso
i manganelli, incominciando a picchiarci senza che nessuno di noi
si rendesse conto di ciò che stava accadendo...»
Del
resto, non si capisce bene come fosse possibile, data la disposizione
delle forze dell’ordine, che un manifestante si avvicinasse con un
pennarello alla Ritmo bianca, imbrattandone la fiancata, o tantomeno
armato di coltello o di qualsiasi altra arma in grado di tagliare i
copertoni. “E allora - dice Gabriele -scontato che le scritte ci
fossero già dalle 8, è chiaro che sono state fatte con il tacito
consenso della polizia, che era a diretto contatto con la macchina».
Resta il sospetto che le scritte siano persino state premeditate.
Molti compagni hanno dichiarato di aver visto dopo gli scontri,
dei poliziotti in borghese ripiegare con bastoni di legno, dietro i
blindati della polizia.
Perché
escludere la possibilità che le scritte, come le decine di
provocazioni effettuate, non servissero per giustificare la carica?
O che fossero state prodotte da terzi? Abbiamo parlato di un’aggressione
improvvisa. Non c’era tensione, lo ribadisce Nunzio di Comiso,
ha affermato persino di aver pagato due caffè, mezz’ora prima
della carica a un maresciallo dei carabinieri di Comiso e a un
tenente maggiore di Vittoria, tutti di servizio alla base. Chiama
a testimoniare persino l’europarlamentare Baduel Glorioso,
presente con lui al bar di Comiso. Se ci fosse stato un clima da
“guerriglia”, come farebbero due sottufficiali ad allontanarsi
tranquillamente dal “campo di battaglia” per una tazzina di
aroma all’italiana?
Paolo
di Padova: “Mi trovavo al centro del semicerchio. Qui nessuno si
è reso assolutamente conto di nulla. Stavamo parlando tra noi,
quando abbiamo visto del movimento fra gli automezzi delle forze
dell’ordine. Si alza subito un gran polverone, e poi le
botte....”.
E
numerosa la gente seduta che non si rende conto che è scattata la
carica. “Guarda la foto, dice Mario di Ramacca , c’è già la
polizia che bastona, e molta gente ancora tranquillamente seduta e
rivolta dall’altra parte”.
La
polizia attacca da due lati. Di fronte e di dietro. Si avventano
sulle persone sedute, le scalciano, le bastonano, le calpestano.
Colpiscono con gli scudi, con i guantoni imbottiti. Usano anche
l’impugnatura dei manganelli, la borsetta portamanette, ogni
colpo alle spalle è un taglio, un segno che andrà via dopo molte
settimane. è impossibile scappare. Le strade sono sbarrate. Molti
preferiscono piegarsi su se stessi, coprirsi il capo dalle
botte, offrendo la schiena, le spalle. Cristina di Firenze: «non
sono scappata. Non sapevo neanche dove andare. Tutto intorno era
il caos. Fumo di lacrimogeni che si alzavano, la polvere che ci
copriva tutti». Per decine di minuti, chi è in piedi viene gettato
a terra e preso a calci. Poi afferrati per i capelli o per le maglie
stracciate e portati verso i cellulari, per una nuova razione di
botte. L’aria è irrespirabile. Si sentono solo le urla di chi
attacca. Il suono stridulo delle sirene.
I
“basta” di chi è a terra: insanguinato, immobile. Dice Enrico
di Cagliari: “Erano centinaia. Correvano dappertutto. Chi è riuscito
a coprirsi il volto ha avuto le spalle colpite da fortissime manganellate”.
Solo
pochi riescono a scappare subito. Ma vengono brutalmente braccati, e
seguiti tra i campi; presi a colpi. Chi riesce a dileguarsi per le
stradine intorno alla base, si trova il tragitto bloccato da altre
camionette. E ancora botte, e ancora lacrimogeni. “Scappavo,
ma ho visto sulla strada una macchina della polizia, dalla quale
un agente stringendo un manganello, cercava di colpire i giovani
che camminavano intorno». Dichiara Angelo di Bergamo. «Ero a
terra raggomitolato su me stesso». Dice Bruno A.: «A un certo
punto sentii il peso di un corpo sopra il mio. Probabilmente qualche
compagno che mi era caduto addosso. Sentivo le percosse che stava
ricevendo. E il dolore che provava...».
Piano
piano ci rialziamo, o siamo rialzati da compagni e dobbiamo
ammetterlo anche da qualche poliziotto. C’è chi afferma come
Damiano “Mentre venivo picchiato e non riuscivo più ad alzarmi da
terra si è avvicinato un poliziotto dando-mi una mano per
rialzarmi, dicendo all’altro che mi manganellava: “basta, non
è giusto”.»
O
come Pasquale che “aggredito da tre poliziotti» si accorge che
“fingono di picchiarmi, colpendomi solo di striscio con il
manganello”. Evidentemente c’è stato qualcuno che all’interno
di quella massa scatenata, spersonalizzata, violenta, ha tentato
di prendere le distanze, di dissociarsi in qualche modo seppur non
apertamente. Ma erano pochi, troppo pochi. Chi era riuscito a sollevarsi
dopo essere stato malmenato si è trovato altri poliziotti di
fronte,
pronti
ad aggredirlo nuovamente. “Ero con le mani alzate e camminavo
lentissimo. Mi trovai di fronte ad un poliziotto -
è il racconto di Enrico.
Gli dissi: Guarda, sto andando via!. Lui mi ha guardato un
po’ e poi mi ha manganellato in faccia in modo molto violento».
Enrico porterà sul volto per molti giorni un livido su un ampio
contorno del globo oculare.
La
polizia non risparmia nessuno, sacerdoti e religiose, famiglie di
Comiso che stavano pranzando sotto gli alberi posti ad un
centinaio di m. dal cancello della base, giornalisti. Persino i
numerosi parlamentari, amministratori, non vengono risparmiati
dalla furia dei celerini, eppure erano noti a tutti e già si erano
qualificati come tali. Alcuni dei parlamentari riporteranno sospette
fratture di costole e braccia. Sono attaccati i fotografi dilettanti
e i fotoreporter di professione. Distrutte le loro macchine,
strappati i loro rulli, ad un professionista di Roma viene fatto un
danno di circa 3 milioni; viene lanciato un lacrimogeno per
impedire le riprese alle televisioni presenti. Una TV tedesca si
vede distrutto il camper ed una cinepresa. Agli operatori di
“Tele l’ora” un’emittente privata di Palermo viene requisito
il film.
I
giornalisti sono condotti in questura e trattenuti
temporaneamente. Macchine, moto, pulmini posteggiati sulla strada
sono stati danneggiati. Frantumati alcuni parabrezza, scassati i
cofani. È quasi impossibile trasportare i feriti in ospedale. Un
giovane col volto completamente insanguinato, viene visto
barcollare tra la polvere in cerca di qualche soccorso. Alcuni
compagni restano a terra, privi di sensi.
Il
servizio sanitario accuratamente predisposto, tenta disperatamente
di prestare soccorso. Si era già presentato alle autorità e aveva
ottenuto il permesso e tutte le garanzie di libertà di azione e
di sicurezza rispetto ad eventuali attacchi delle forze
dell’ordine. Era impossibile non distinguere dai manifestanti i
medici, infermieri, ausiliari.
Portavano
tutti una camicetta bianca con al centro, ben evidente davanti e di
dietro, una croce rossa. Ma durante la carica si è cercato di
impedire ripetutamente il loro intervento. Molti di essi vengono
anche ripetutamente manganellati. Saba di Roma:
“Abbiamo
tentato di soccorrere coloro che erano a terra insanguinati. Si
vedeva chiaramente un ragazzo ferito, Antonio T., in condizioni
estremamente gravi. Siamo scesi dal pulmino di pronto soccorso sul
quale eravamo già stati bloccati, ma siamo stati subito
circondati dalla Celere. Hanno iniziato a manganellare
l’automezzo in varie parti, ma per fortuna c’è stato qualcuno
di loro che è riuscito a trattenerli dal continuare; uno di loro
mi ha messo un manganello sotto il naso, aspettava solo un
movimento che però non c’è stato». E Andrea di Ravenna: «Vista
l’impossibilità di raccogliere gli altri feriti a causa
dell’intimidazione della polizia, abbiamo provato ad accendere
il furgone per portare i feriti che avevamo raccolto in
infermeria. Ma siamo stati fermati da un tenente di PS che ci ha
sequestrato la chiave, impedendoci cosi il trasporto dei feriti».
“Ciò
era completamente ingiustificato. Sia noi che il furgone presentavano
numerose croci rosse. Eravamo riconoscibilissimi. Abbiamo delle
fotografie che testimoniano una sequenza in cui si vede un medico,
un ausiliario e il sottoscritto. che chiediamo a un tenente di poter
medicare una persona ferita. Era stata trascinata per trenta m. per
un piede, da un celerino dopo essere stata picchiata da due
poliziotti di cui uno aveva il manganello rovesciato. Ho chiesto
cinque volte di poter visitare la persona e mi hanno detto
chiaramente che se non me ne andavo, picchiavano pure me. Ditemi:
non è omissione di soccorso? » Calci, manganellate e spari... Non
solo quelli per il lancio dei lacrimogeni, purtroppo. Sono in
molti a giurare di aver visto la polizia usare
le
pistole. Alcuni bossoli sono stati visti per terra, nella piazzola
antistante la base. Le canne sono state puntate ad altezza
d’uomo. Ecco una testimonianza di Concetto di Messina: «Ero con
la mia ragazza. Cercavamo di scappare da qualche parte, ma c’erano
poliziotti dappertutto. Ad un tratto sento un grido. Francesca
dice terrorizzata: “Spara! spara!” Mi volto e vedo a una
cinquantina di m., in direzione della base, un poliziotto a braccia
tese in avanti e gambe leggermente piegate. Puntava la pistola verso
due, tre persone che scappavano per i campi di granturco. Viene
subito bloccato da altri due colleghi, probabilmente prima che
riesca a sparare». E Franco: «Mirava verso di me. Improvvisamente,
un altro poliziotto lo colpisce alla mano con un manganello, fino
a fargli abbassare la pistola».
Sfiorata
la tragedia. Forse per un miracolo o forse per la maggior lucidità
di un paio di agenti.
Alla
polizia non basta allontanare i manifestanti dalla base. Scatena
un’assurda quanto violenta caccia all’uomo. Spara decine di
lacrimogeni tra i vigneti che circondano la base. Anche
l’elicottero, dall’alto, bracca i pacifisti. Li individua, li segnala
a terra, li insegue. E giù lacrimogeni, e ancora lacrimogeni. I
celerini inseguono chiunque e dappertutto. Sono diverse le
testimonianze che li descrivono lanciar sassi anche sui feriti. «Scappavo
verso un vigna. ho sentito delle grida. C’erano dei celerini che
lanciavano delle pietre, e dietro ancora i carabinieri. Poi sono
cominciati a piovere i lacrimogeni» ricorda Pietro di Padova.
Un
gruppo di manifestanti riesce a fuggire per una stradina posta a
sinistra del cancello. Porta alla “Verde Vigna”, un terreno
acquistato da alcuni gruppi pacifisti, proprio a ridosso della
base. Sperano di trovare riparo, di assistere i feriti. Ma anche
loro sono inseguiti. Bruno A: “C’era una persona che stava
male per le botte ricevute. Bisognava portarla in ospedale.
Raccoglievano da terra dei sassi e ce li lanciavano addosso.
Corro a chiudere il cancello che permette l’ingresso alla Verde
Vigna; c’è una macchina. E quella di Jochen Lorentzen, 21 anni,
pacifista tedesco, da quasi un anno presente a Comiso. E lui che
cercano. Ha rifiutato di ubbidire ad un divieto di dubbia
costituzionalità che ne decretava l’espulsione per “non
rinnovato permesso di soggiorno”.
La
polizia lo conosce bene. E l’occasione migliore per arrestarlo,
per toglierselo dai piedi. La polizia sfonda il cancello. Gli
saltano addosso. Lo colpiscono con pugni e manganellate. Inizia ad
avere il volto insanguinato, cade a terra tramortito. «Era in
mezzo a un gruppo di poliziotti. Abbiamo cercato di aiutarlo - dice
un compagno tedesco - ma non è stato possibile. Gli hanno dato
una ulteriore manganellata in testa, e lo hanno portato via...».
Altri
poliziotti entrano alla Verde vigna. Un paio si dirigono a spaccare
due automobili e in furgone tedesco. Gli altri si dirigono su
alcuni pacifisti che soccorrevano dei feriti, sotto una tettoia in
canne e palme costruita in mezzo al campo.
Ricorda
Hansen: «Ero membro della commissione sanità. Ho subito con altri
un pestaggio selvaggio. Dopo, la polizia ha sfasciato la tettoia, facendola
cadere addosso ai feriti. Infine un altro pestaggio». Dopo aver
effettuato alcuni fermi, i celerini tornano indietro, alcuni a
piedi, altri nelle camionette.
I
primi a rivedere Jochen, sono gli infermieri bloccati di fronte la
base. A dimostrazione di come fosse già stato predeterminato
l’arresto di Jochen, è sufficiente la dichiarazione di Saba a
Roma: «A un certo punto è arrivato Jochen ammanettato tra due
poliziotti. Sembra stordito. Lo vedo cadere a peso morto a terra.
Gli sono saltati di sopra. Siamo intervenuti per fermarli, scendendo
dal furgone, e chiedendo al capitano dei CC di intervenire. Ci ha
risposto testualmente: “Non posso perché è in mano della polizia.
Eppoi, non posso farci niente, perché questo dovevano prenderlo”.
Lo hanno portato sul blindato dove ci trovavamo con Antonio e
Gisela. Poi siamo stati condotti all’interno della base e per un
quarto d’ora non ci è stato permesso di assistere Antonio.
Aveva preso dei brutti colpi all’addome. E entrato un
appuntato della PS nell’autoblindo. Gli abbiamo chiesto di
portarlo in ospedale. La sua risposta è stata: “Ancora non è
morto. Quando sarà moribondo ve lo porteremo”. Ha poi aggiunto:
“Non dite una parola, se non vi massacriamo. Questo non è stato
che un assaggio.”».
Sono
stati molti i manifestanti fermati e condotti all’interno della
base, qui sono stati ammucchiati in attesa dei soccorsi invano
richiesti per i feriti. Solo dopo più di un’ora è arrivata la
prima autoambulanza per portare via due persone molto gravi: una
donna con un trauma cranico e un ragazzo con un polso rotto. «Solo
alle 14 - ricorda M. Cristina - al cambio della polizia, ci hanno
dato del ghiaccio da mettere sulle ferite e ci hanno identificato.
Poi sono arrivati dei medici americani». Ormai nei dintorni del
Magliocco non è rimasto più un mani-festante. Molti stanno
facendo ritorno a piccoli gruppi al campo IMAC. Agli altri
cancelli arrivano notizie frammentarie. «Hanno caricato al
principale!». «Ci sono molti feriti». Ci si accorda per tornare
insieme, in corteo, al campo. Li ci si organizzerà eventualmente
per andare tutti in paese a denunciare l’aggressione subita.
Anche
le camionette della Celere fanno il percorso inverso e tornano alla
base. Una decina di minuti, eppoi il Questore dà l’ordine di
ripartire per caricare tutti all’ingresso del Campo per la pace.
Forse spera in una nostra reazione violenta. Spera che in noi scatti
la rabbia. Servirebbe per non avere molte “grane” in seguito
con l’opinione pubblica. Durante il tragitto verso il campo, i
celerini dall’alto dei gipponi, tentano ripetutamente di colpire
tutti coloro che incontrano. Almeno tre cellulari e circa dieci
macchine della polizia si dirigono all’IMAC. Una sessantina di
celerini scendono per esporsi armati, di fronte la strada statale
che conduce a Comiso proprio all’incrocio con il vialetto che
conduce al campo. Bloccano il traffico e iniziano a sparare dei
lacrimogeni verso i pacifisti che alla spicciolata stanno
rientrando.
Rosanna
di New York: «Ho persino visto dei poliziotti armati di pistola e
altre armi da fuoco. Alcune erano tenute puntate su di noi. Altre
erano tenute per il calcio. Ho visto anche sei uomini camuffati
con pantaloni e magliette sporche e capelli disordinati,
scendere dai blindati e brandire delle sbarre di ferro e dei grossi
bastoni». Tenevano anche dei fili di ferro attorcigliati a mo’ di
frusta. La polizia carica nuovamente tutti quelli vicini. Si cerca
di convincerli a desistere. E inutile. E di nuovo un fuggi fuggi
generale. Marco di Milano: «Scappavo. Ma mi accorsi che la mia
ragazza Marina, era stata raggiunta. La picchiavano numerosi
poliziotti. Sono tornato indietro e ho cercato di farle scudo
con il mio corpo. Mi hanno dato tante botte da farmi svenire. Poi mi
hanno messo su un cellulare dove sono stato ancora una volta picchiato.
Con me c’era anche un ragazzo con il volto pieno di lividi. Guadagnano
ancora venti metri, sparano altri lacrimogeni. Un paio di essi
giungono nei pressi del campo. Gridiamo “Ma siete pazzi!!
Bruciate tutto!! Ci sono dei bambini”.
La
riposta è qualche manganellata a freddo. Alcuni di noi vanno a bloccare
il corteo di manifestanti agli altri cancelli. Vengono fatti
passare dai campi in modo da evitare il blocco. La polizia ci
fronteggia per altri dieci minuti. Sembra che aspetti che qualcuno
tiri un sasso o insulti. Forse vogliono entrare nel campo.
Sarebbe un massacro. A poco a poco indietreggiano tutti per confluire
nel sentiero di campagna che porta all’IMAC. Non ci inseguono,
aspettano ancora un po’, poi fanno marcia indietro. Si tolgono il
casco. Se ne vanno, se ne vanno. È finita. È l’ora di assistere
le decine di feriti, di vedere chi manca, di fare coraggio a chi
è sotto choc. Dobbiamo riprendere il controllo della situazione.
Andiamo in assemblea per decidere come rispondere alla carica. La
commissione Sanità ci fornisce un comunicato riguardo alla
situazione dei feriti. Sono un centinaio circa.
«La
maggioranza di essi presenta contusioni multiple alla regione
toracico-dorsale, agli arti superiori e al cranio. Le contusioni
sono di diverso tipo. Alcune di tipo escoriativo, prodotte
dall’uso di un frustino. Quattro di esse sono state suturate
con punti. Evidenti sono le contusioni da manico di manganello in
quanto presentano striature trasversali. Numerose sono le ferite
lacerocontuse prodotte dalle bandoliere dei carabinieri. Anche
alcune di esse sono state suturate con punti. Quasi tutti i feriti
presentano trauma cranico di diversa gravità (perché erano
seduti). Per alcuni di essi è stato necessario il ricovero in
ospedale, provvedimento adottato anche per una decina di persone con
sospette lesioni ossee tra le quali un membro della Sanità».
Questo
è il testo integrale del comunicato.
Non
tutti i feriti andranno in ospedale, per il timore di essere
identificati e fermati. Al contrario ci andranno decine di agenti
per farsi fasciare sproporzionatamente piccole escoriazioni,
spesso prodottesi per la violenza dei colpi dati.
Laura
di Roma riporta la testimonianza delle infermiere dell’ospedale:
«Quei buffoni - avrebbero
detto
- si stanno facendo fasciare graffi e ferite inesistenti con fasciature
enormi. Dicono di essere stati aggrediti, picchiati». Ciò fa parte
dello scenario di questa enorme montatura, indispensabile per tentare
una legalizzazione da parte degli “opinion makers”.
11
giorno dopo apprenderemo dai giornali
che 34 compagni sono stati denunziati a piede libero per partecipazione
a manifestazione non autorizzata, mentre per Jochen Lorentzen e
Gesualdo Altamore di Ge-la è scattato lo stato di arresto. Il primo
verrà presto espulso dall’Italia; il secondo verrà rimesso in
libertà provvisoria con il divieto di soggiorno nella provincia
di Ragusa.
È
l’epilogo di una vicenda che ha dimostrato ancora una volta come
l’Italia sia lontana dal riconoscere io stato di diritto per cui
si possa manifestare pacificamente senza subire la violenza del
Potere, la propria opposizione a scelte antipopolari e
antidemocratiche.
Un’aggressione
a freddo, violenta, contro chi richiedeva in modo nonviolento il
rispetto al proprio diritto di vivere.
I.M.A.C.
International
Meeting
Against
Cruise