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Una scommessa vinta, frutto del lavoro caparbio e capillare di
compagne e compagni siciliani appartenenti alle più diverse anime
del movimento, unite dalla determinazione a non dimenticare, a
pretendere giustizia per i morti, diritti e libertà per i vivi.
Pochi e immediati concetti danno il senso della manifestazione che
ha visto domenica pomeriggio, almeno 2000 persone sfilare per il
centro storico di Trapani, accostarsi con rabbia alle gelide mura
del "Serraino Vulpitta", Cpt fra i più famigerati, oggi
chiuso per ristrutturazione. Ricorreva un anniversario tragico, di
quelli che la storia ufficiale rimuove, una vicenda senza lieto fine
e che mal si adatta alla melassa buonista delle festività
natalizie. Da dimenticare, come il naufragio di Porto Palo, nella
notte di Natale del 1996: 283 i migranti, morti a bordo della Johann,
ma la cifra è calcolata per difetto.
Il rogo del Vulpitta, la morte atroce, rapida
per tre ragazzi maghrebini, lenta e ancor più inenarrabile per
altri tre, urla giustizia. C'è un processo che si trascina: l'ex
Prefetto, sotto accusa per omicidio colposo plurimo, scarica le
responsabilità sulla questura e sugli agenti di guardia. I
materassi che prendevano fuoco, una chiave che non si trovava, una
sbarra che non si alzava; basta poco per morire in luoghi in cui il
diritto non ha voce.
Se una manifestazione così partecipata è
stata possibile in una città tanto decentrata, lo si deve ad un
lavoro di preparazione la cui entità è emersa nitidamente
nell'assemblea che ha preceduto il corteo, iniziata nel pomeriggio
di sabato e proseguita poi in mattinata. C'è stato un periodo di
difficoltà ma l'urgenza delle tematiche e la necessità di mettere
in relazione esperienze, percorsi, modalità di intervento, paiono
aver avviato un processo che porterà ad un coordinamento delle
realtà dell'isola che si occupano di immigrazione. Tanti i punti
condivisi nel documento conclusivo: su tutti l'obiettivo di giungere
alla chiusura definitiva dei Cpt, la realizzazione di nuove e più
forti esperienze di accoglienza, il rifiuto non solo della Bossi
Fini in quanto legge che regola il mercato del lavoro ma anche della
Turco Napolitano, che con il suo impianto sicuritario ne è stata
l'antesignana.
Un coordinamento la cui forma è ancora da
definire ma che vuole coinvolgere tutta la Sicilia, mobilitandosi già
per il 31 gennaio - giornata del movimento europeo per i diritti dei
migranti - e che realizzerà campagne di contro informazione nel
territorio, di assistenza legale e socio sanitaria. Tra le tante
esigenze emerse, quella di seguire con continuità il processo per
il naufragio di Porto Palo contribuendo anche al reperimento dei
fondi necessari al recupero del relitto. E' già possibile farlo
presso il c/c postale del Ciss n. 13683909 specificando la causale.
La ricchezza degli interventi emersi in
assemblea non è riassumibile: tante le esperienze maturate in
silenzio che si sono potute confrontare. Contributi sono giunti
anche dal Tavolo nazionale migranti, dall'Arci, e dal deputato del
Prc Titti De Simone. Emotivamente forte nella sua lucida e puntuale
narrativa, l'intervento di Valeria Bartolino del Coordinamento
trapanese per la pace, che da anni segue le storie di ognuno di
coloro che transita nelle celle del Vulpitta: «Non si tratta di
storie di vita - ha ricordato - perché la vita è altrove, non lì
dentro».
Dopo che si è sciolta l'assemblea, una
delegazione guidata da Titti De Simone e dal deputato regionale del
Prc Santo Liotta, è entrata nel centro di identificazione per
richiedenti asilo in località "Salina Grande". Un posto
sicuramente più accogliente del "Vulpitta" in cui c'è,
per ora, libertà di moviment. Alcune stanze con grate e sbarre, il
fatto che a gestirlo sia la stessa cooperativa che gestisce il
Vulpitta, genera inquietudine. Si rincorrono voci che vogliono
questa struttura, capace di contenere 150 persone, come il prossimo
Cpt trapanese. Una ipotesi che non è scartata neanche dall'attuale
prefetto di Trapani che ha avuto un lungo colloquio, prima che
partisse il corteo, con altri due deputati del Prc, Graziella Mascia
e Giovanni Russo Spena. Quasi in contemporanea, il deputato
regionale verde Lillo Miccichè, entrava a sorpresa nel Cpt di
Agrigento, tante le storie assurde raccolte, fra tutte quella di un
uomo di 59 anni che da 33 anni vive e lavora al nero a Canicattì.
C'è chi in paese sta raccogliendo firme per liberarlo.
Nella centralissima Piazza Vittorio Emanuele,
4 anni dopo, c'erano ancora tutti, giunti da ogni angolo della
Sicilia ma anche da Roma, da Modena e poi da Belgio, Austria,
Germania.
I colori e i simboli erano quelli che per
tutto il 2003 hanno riempito le piazze di mezzo mondo: le bandiere
della pace, del sindacalismo di base e della Cgil, dell'Arci, di
Attac, degli anarchici, delle tante identità vecchie e nuove del
movimento. Forte e visibile, la presenza dei Giovani Comunisti,
soprattutto da Palermo, numerose le bandiere del Prc.
Compatta la presenza dei ragazzi dei centri
sociali come il Laboratorio Zeta di Palermo, che sostiene una
comunità sudanese. Attimi di tensione hanno attraversato i presenti
quando si è giunti al muro di cinta del centro: sono volati innocui
petardi, gli slogan sono diventati più duri, gli agenti di polizia
hanno indossato i caschi e sfoderato i manganelli. Ma tutto è
andato per il meglio, ha prevalso la voglia di comunicare ad una
città in festa, che per molti e molte le feste non esistono quando
si è dietro le sbarre, quando si è stranieri e sfruttati, quando
la vita è ancorata ai voleri di un padrone che solo l'ipocrisia fa
chiamare "datore di lavoro".
Stefano Galieni da liberazione.it
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