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Roberto Franceschi“Era un compagno, era un combattente E’ la prima strofa della canzone che la
commissione musicale del Movimento Studentesco scrisse nel 1973 per
ricordare il sacrificio di Roberto Franceschi. Una canzone che negli anni
’70 a Milano era diventata un po’ quel che 10 anni prima era stata
“Per i morti di Reggio Emilia” dedicata ai cinque operai uccisi dalla
polizia il 7 luglio 1960: l’espressione popolare d’affetto e denuncia
per un compagno di lotta assassinato e la trasmissione orale del ricordo
del suo sacrificio. Roberto Franceschi nel 1973 aveva 21 anni, studiava
economia politica all’università Bocconi ed era un militante del
Movimento Studentesco. ![]() Emilio
Martignoni All'Università Bocconi di Milano io e Roberto
Franceschi entrammo insieme: in quel lontano 1971 credevamo nella
possibilità di cambiare rapidamente e radicalmente le cose, per questo
volevamo imparare a conoscere la realtà economico-sociale che ci
circondava. L'impatto con l'Università fu per noi
difficile. La contestazione aveva messo in discussione le sue strutture e
i suoi contenuti; ci venne detto che in quella università ormai non v'era
più nulla di utilizzabile, per cui bisognava disperderci nei quartieri e
nelle fabbriche, ci si preparava allo sconvolgimento finale. Era inutile
approfondire le nostre conoscenze scientifiche tramite la sociologia,
l'economia, il diritto, la storia; ai professori cosiddetti
"democratici" veniva affidato il compito di porre la loro
prestigiosa firma in calce a qualche appello di solidarietà. La cultura
si sviluppava nelle assemblee, nelle piazze, grazie al movimento; le
organizzazioni tradizionali della cultura e gli intellettuali erano
considerati inservibili se fino allora avevano prodotto conoscenze
utilizzate dagli americani nel Vietnam. Roberto si battè affinché tutti noi
comprendessimo la necessità di acquisire profonde conoscenze
scientifiche, come premessa indispensabile ad ogni trasformazione
rivoluzionaria; egli si impegnava nello studio e sempre partiva e
ritornava ai problemi e alle contraddizioni reali. [...] Roberto si battè, con incessante e
incrollabile rigore e coerenza, affinché la battaglia democratica e la
ricerca scientifica entrassero nelle organizzazioni culturali e negli
Istituti universitari. Ricordo dei seminari organizzati negli Istituti di
economia e di storia economica dove, tramite l'aiuto e la collaborazione
degli assistenti, affrontammo i problemi del capitale monopolistico e
finanziario in Italia, della formazione della nostra industria ecc.; nella
conduzione di tali seminari Roberto si impegnò al massimo delle sue
forze. [...] Egli era estremamente duro contro la
superficialità, la faciloneria, il disprezzo per la cultura e la scienza
e criticò aspramente quei compagni che vollero abbandonare l'Università
Bocconi perché la ritenevano troppo impegnativa a confronto con l'attività
politica: Roberto era convinto che una attività politica non sorretta da
una seria e continua analisi della situazione è sterile e cieca, per
questo rifiutava la contrapposizione radicale tra politica e studio
ritenendoli complementari: l'una stimola l'altro e viceversa. Ricercare lo
studio facile per poter fare "politica" è il peggior servizio
che un militante può offrire alla causa del socialismo. Quando nel corso della mia "carriera"
universitaria entrò in crisi il modo in cui avevo rapportato lo studio
con la politica, Roberto ancora vivo mi aiutò: il giorno in cui fu ucciso
egli aveva seguito le lezioni di Economia aziendale ed insieme avevamo
preparato un programma di studio in modo da porre durante il corso alcuni
problemi riguardanti la gestione dell'impresa; al tempo stesso, quel
pomeriggio, egli rimase all'università per aiutare i compagni a
"pinzare" un documento e a preparare la sua diffusione tra gli
studenti. Roberto, la sua ferrea volontà, la sua onestà
intellettuale, la sua incrollabile fede nella scienza, la sua costante
ricerca della verità, la sua instancabile insoddisfazione dei risultati
raggiunti, il suo amore per la cultura, il suo essere sempre dalla parte
degli sfruttati mettendogli a disposizione il meglio della ricerca
scientifica, la sua illimitata fiducia nella possibilità dell'uomo, dopo
la sua morte, hanno aiutato me e molti altri compagni a superare le
difficoltà, a correggere gli errori e ad andare avanti. Antonella d'Arminio Monforte Perché Roberto Non ho mai creduto nella vita dopo la morte:
quando si muore il corpo si dissolve e l'unità corpo-spirito, il proprio
essere unico, è irrimediabilmente persa. Ma ci sono alcune persone che,
all'improvviso, quando meno me l'aspetto, sento e vedo e riesco anche a
toccare vivi accanto a me; una è Roberto, l'altra è la mia nonna. Perché Roberto? Ci siamo conosciuti al secondo
anno di Liceo Scientifico; lui era un bambinone cresciuto con un leggero
accento siciliano, io ero magra, timida e occhialuta. Mi ha subito colpito
il suo modo diretto di guardare in faccia le persone, la semplicità con
cui poneva le domande, il suo andare al centro del problema. Siamo
cresciuti insieme per quattro lunghi anni in quel periodo fantastico e
tormentoso che è il periodo del liceo, in cui come in nessun altro si
forma il nostro essere di persone. Grazie a lui e al suo porsi nella
classe ho saputo vincere le mie timidezze, e lui ha costituito per me, e
spero io per lui, una spalla su cui appoggiarmi; non c'era bisogno che ci
mettessimo d'accordo, spontaneamente si snocciolavano in noi le stesse
domande, le stesse risposte, un comune porci di fronte agli eventi; e di
eventi ne sono successi tanti in quella fine degli anni sessanta, inizio
dei settanta, eventi molto più grandi di noi eppure così vicini. Ricordo
ancora quel pomeriggio del 12 dicembre in cui ci siamo ritrovati alla
metropolitana di piazzale Lotto e la mia impotenza nel vedermi negato il
permesso di andare a vedere che cosa era successo mentre lui si avviava da
solo, forte dell'autorizzazione della sua mamma. Ricordo ancora il giorno
in cui i fascisti hanno tentato di attaccare la nostra scuola, il volto
del mio professore di lettere, il mio scattare in piedi per andare a
prendere nell'armadietto lo scudo di cartone che lui si era fatto e che io
gli custodivo, e ricordo ancora le lunghe discussioni a tre con
l'insegnante di filosofia che ci spiegava Hegel e Marx. A volte il suo atteggiamento e la sua sicurezza
riuscivano a irritarmi; in particolare non potevo concepire e forse un po'
invidiavo il suo rapporto con la sua famiglia, il suo esserne fiero, il
suo continuo colloquio con sua madre; io, che come molti adolescenti,
avevo la necessità assoluta di vergognarmi dei miei genitori, così
borghesi, così conformisti. Le nostre strade si sono separate alla fine del
liceo: lui per la Bocconi, io per Medicina. Ma il nostro impegno politico
è continuato, si è fatto più maturo. Spesso ci incontravamo alle
manifestazioni e non c'era bisogno di raccontarci molto di noi, sapevamo
di essere lì, come sempre, nella comune profondità della nostra scelta. Io però non c'ero quella sera del 23 gennaio,
avevo da studiare anatomia, faceva freddo, la Bocconi non era la mia
università, non me ne pentirò mai abbastanza. Ma c'era il mio ragazzo di
allora e ricordo con un brivido quella telefonata nel cuore della notte e
il mio non volerci credere, non è possibile, non è vero, non è giusto,
il tempo deve tornare indietro, riscriviamolo in un modo diverso… con
tutta la forza del mio pensiero ho immaginato gli stessi avvenimenti con
un diverso finale, perché la realtà, questa realtà, non è che il
frutto di una serie di nostre percezioni messe tutte in fila ad assemblare
un avvenimento. Ma la lunga settimana al Padiglione Beretta con il gelo
dentro e fuori non era una realtà che potevo modificare, era la realtà
che modificava me, una realtà che ancora oggi mi ferisce come una
pugnalata. Perché? Perché proprio a lui, perché questa inesorabilità?
E poi ne sono morti ancora tanti, ragazzi come lui, qui a Milano, ma anche
altrove, e il dolore è diventato un dolore universale, un dolore rabbioso
accompagnato da un senso di inutilità. Oggi mi sorprendo a pensare: ma a
che cosa è servito, c'è almeno una piccola cosa per cui tutto ciò ha
avuto un senso? E le mie risposte sono varie, a seconda della giornata, a
seconda dei miseri avvenimenti che ci circondano. E poi penso alla storia,
a questa nostra storia dell'umanità, lastricata com'è di cadaveri che
chiedono solo di essere ricordati per ciò che hanno rappresentato, per ciò
che devono ancor oggi rappresentare. Non so come sarebbe diventato Roberto da
grande, forse sarebbe un signore un po' tronfio, pelato, con la pancia;
sarebbe sicuramente diventato "famoso", ma sono certa che non
avrebbe tradito i suoi ideali, non avrebbe potuto, non ne sarebbe stato
capace. Ma poi penso che non riesco proprio ad immaginarmelo, non voglio
immaginarlo, forse non mi interessa neanche volare con la fantasia mista a
brandelli di razionalità in un futuro che non è, che non è potuto
essere, che è stato negato. È certa però una cosa: Roberto resta per me
quello che mi ritrovo ogni tanto al mio fianco, giovane come allora, con
la sua aria un po' scanzonata, che è lì a ricordarmi gli ideali del mio
essere di persona. E questo mi basta, mi deve bastare… |