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Resta a Genova il processo contro i 26 manifestanti accusati a vario
titolo delle violenze avvenute nei giorni del G8, tra il 20 e il 21
luglio 2001.
Ieri, all'apertura dell'udienza preliminare
davanti al gup Roberto Fucigna, i pm Anna Canepa e Andrea Canciani
hanno stroncato le eventuali eccezioni dei difensori riformulando i
capi di imputazione ma senza mutare la pesantezza delle accuse (per
devastazione e saccheggio si rischiano dagli 8 ai 13 anni). Sono
stati ridotte, infatti, da 400 a 36, le parti offese. Tutto questo
perché tra i danneggiati figurava un magistrato del pool per le
indagini preliminari, Vincenzo Papillo, che trovò l'auto bruciata.
Se non fosse stato depennato dall'elenco delle parti offese il
procedimento sarebbe stato spedito d'ufficio a Torino.
«Noi non vogliamo sfuggire al nostro giudice
naturale e non avremmo sollevato quell'istanza - ha commentato Laura
Tartarini del Genoa legal forum che difende alcuni fra gli indagati
- dall'altra parte, invece, tutti i poliziotti (indagati per le
violenze inaudite alla Diaz, a Bolzaneto e per le strade, ndr)
vogliono scappare da Genova».
Una zona rossa in miniatura è stata tirata
su, per l'occasione, intorno al Palazzo di Giustizia. L'udienza, che
proseguirà oggi nell'aula bunker e poi dal 2 al 10 dicembre, era a
porte chiuse e filtri umani e controlli elettronici fiscalissimi
sono serviti soprattutto a tenere fuori cronisti e compagni degli
indagati. Di fronte alle transenne uno striscione del Buridda,
laboratorio disobbediente, diceva "Resistere non è reato,
siamo tutti imputati". Intanto, in un'altra zona della città,
vicino al porto vecchio, s'è svolto un altro presidio di
controinformazione dei centri sociali.
Il processo riguarda 23 persone arrestate lo
scorso 4 dicembre su ordinanza della gip D'Aloiso e altre 3
identificate successivamente. Uno solo è latitante ed è il
venticinquenne Eurialo Predonziani che era a pochi metri da Carlo
Giuliani in piazza Alimonda. Con Massimiliano Monai, più noto come
"l'uomo della trave", e Luca Finotti di Pavia (presenti in
aula come Marina Cugnaschi, Antonio Fiandra, Vincenzo Vecchi,
Stefano Caffagnini, Mauro degl'Innocenti) dovrà rispondere
dell'assalto al defender dal quale Placanica sparò il colpo che
uccise Carlo Giuliani. Un altro degli indagati, il ventottenne
catanese Francesco "Gimmy" Puglisi, vicino alla "Guernika
fabrik", è l'unico ancora agli arresti domiciliari dopo aver
trascorso quasi un anno di carcere a Messina. Stralciata la
posizione dell'iraniano Omid Tabar Firouzi.
Alla sbarra, per questo filone di indagini, ci
sono anarchici, disobbedienti, "cani sciolti" e ultrà (ma
spesso vengono arruolati dai cronisti indistintamente nel black bloc)
scovati dalle cineprese dalle parti di banche "assaltate",
dei due supermercati invasi dalle cosiddette tute nere, del carcere
di Marassi dove i carabinieri sgomberarono a gran velocità il
piazzale e li lasciarono fare. Altri erano nella zona tra corso
Torino e via Tolemaide dopo la carica dei carabinieri contro un
corteo regolarmente autorizzato dei disobbedienti che scendeva, il
20 luglio 2001, dallo Stadio Carlini. Quella carica diede il via a
due ore di scontri terminati solo con l'uccisione del ventitreenne
genovese.
Spesso si tratta di persone riconosciute
mentre osservavano senza prendere parte agli episodi di violenza e,
per loro, è stata coniata la categoria della «compartecipazione
psichica» poiché avrebbero rafforzato, a detta della procura, il
«proposito criminoso» degli altri. Per la cronaca, Placanica, il
carabiniere scagionato dal pm Franz dall'accusa di omicidio
volontario, ha nominato un legale ma non si è costituito parte
civile. Al suo posto lo hanno fatto il Viminale, il ministero della
Difesa e quello della Giustizia. Singolare la motivazione del
ministero degli Interni che pretende di essere risarcito anche per
il danno all'immagine perché le polizie non sarebbero state messe,
dai manifestanti, nelle condizioni di svolgere degnamente il loro
lavoro.
Intanto sette tra funzionari e agenti di ps,
coinvolti nel caso del minorenne di Ostia pestato e arrestato senza
alcuna ragione (e assolto definitivamente dalle accuse di lesioni),
sono ora indagati ufficialmente per abuso d'ufficio, falso, calunnia
e minacce. Si tratta di Spartaco Mortola, allora capo della digos
locale e già coinvolto nei falsi verbali di arresto della Diaz e
nella vicenda delle finte molotov), del suo vice Perugini (filmato
mentre cerca di scalciare il ragazzino immobilizzato dai suoi), di
tre sottufficiali e due agenti.
Checchino Antonini da
www.liberazione.it
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