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G8,
processo ai «cattivi»
Alla sbarra a Genova i 26 no
global accusati di devastazione e saccheggio per il G8 del 2001
Tribunale blindato Misure di sicurezza eccezionali per l'udienza
preliminare contro i manifestanti arrestati nel dicembre 2002. Rischiano
condanne a due cifre
ALESSANDRO MANTOVANI
Qualcuno sarà in aula, la
maggior parte a casa. Fuori dal palazzo di giustizia ci saranno polizia e
transenne, una mini «zona rossa» per tenere a distanza eventuali
manifestazioni di solidarietà con gli imputati. Si apre a Genova, davanti
al giudice Roberto Fucigna, l'udienza preliminare per i 26 no global
individuati come i «cattivi» del G8 di due anni fa. Rischiano parecchio,
fino a condanne a due cifre: sono tutti accusati di devastazione e
saccheggio, da otto a quindici anni di carcere. E quasi tutti (in 23)
erano stati colpiti il 4 dicembre scorso dagli ordini d'arresto e dalle
altre misure restrittive a firma della giudice per l'indagine preliminare
Anna D'Aloiso, la stessa che ha archiviato le accuse al carabiniere Mario
Placanica per l'omicidio di Carlo Giuliani. Tra i manifestanti oggi alla
sbarra c'è chi ha fatto mesi di carcere e di arresti domiciliari, altri
sono tuttora sottoposti a pesanti obblighi di firma. Francesco Gimmy
Puglisi, il 28enne catanese del centro sociale Guernika Fabrik, è stato
per quasi un anno in galera a Messina e solo da qualche giorno è ai
domiciliari. I pm Anna Canepa e Andrea Canciani chiedono il rinvio a
giudizio per anarchici e disobbedienti, «cani sciolti» e ultrà di
calcio. E vogliono processare, tra gli altri, il genovese Massimiliano
Monai (il 32enne che impugna la famosa trave in piazza Alimonda), il
romano Alberto Funaro di Radio Onda Rossa (35 anni) e i palermitani Dario
Ursino (25) e Giovanni Valguarnera (22), accusati del furto di un motorino
con il quale si sarebbero mossi per la città durante i disordini. Un
altro indagato genovese, il 25enne Eurialo Predonzani che era a pochi
metri da Giuliani quando venne colpito, è latitante.
Ciascuno dei 26 è stato individuato dai magistrati e dagli investigatori
della polizia nei filmati del 20 e del 21 luglio 2001. Nelle sequenze
degli assalti alle banche, ai supermercati, alle stazioni di polizia e al
carcere di Marassi. Nei fotogrammi degli scontri attorno a corso Torino
dopo la carica contro i Disobbedienti in via Tolemaide, che provocò ore
di guerriglia fino alla tragedia di piazza Alimonda. Alcuni indagati sono
indicati come «black bloc» che partirono da piazza Paolo Da Novi
(presidio dei Cobas), spaccando vetrine e non solo. Per altri, invece,
l'indagine ha chiarito che si mossero con i Disobbedienti dallo stadio
Carlini. Non tutti rispondono delle stesse accuse: c'è chi è coinvolto
in un singolo episodio e chi ne ha sulle spalle di più (fino a nove); c'è
chi si è riconosciuto nelle immagini e chi invece ha risposto «non sono
io», oppure ha contestato il criterio della «compartecipazione psichica»
(concorso morale) sul quale si fonda l'incriminazione di persone che nei
filmati sembrano solo osservare: pur non facendo nulla, secondo i pm, «rafforzavano
negli altri il proposito criminoso». Solo in un caso c'è un'accusa di
lesioni (tentate) a un carabiniere. Altri manifestanti rispondono per
reati meno gravi (resistenza a pubblico ufficiale) in diversi processi. Ma
in quello che si apre oggi le persone offese sono 400, compreso Placanica.
Parteciperanno commercianti, proprietari di auto bruciate e forse i
ministeri dell'interno, della difesa e della giustizia.
I pm Canciani e Canepa ritengono di aver individuato precise responsabilità
penali, evitando le ipotesi associative ma distribuendo generosamente
l'accusa di devastazione e saccheggio, anche laddove i fatti somigliano a
danneggiamenti più o meno aggravati (massimo tre anni di pena). Certo,
però, l'inchiesta non ha chiarito la dinamica delle due giornate, anche
perché la procura - nonostante le sollecitazioni degli avvocati del Genoa
legal forum - non ha mai indagato sulla complessiva gestione dell'ordine
pubblico, ma solo su singoli abusi commessi in piazza. Per il resto,
funzionari e agenti di polizia (e penitenziaria) rispondono soltanto per
le violenze alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. E nessuno di
loro è stato arrestato, nonostante le menzogne e le reticenze di molti
davanti ai pm. Ma sono proprio alcuni indagati della Diaz, oggi, ad
attaccare la procura di Genova, cercando in tutti i modi di trasferire a
Torino le indagini (e domani i processi).
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