Per organizzarci
Molti segni indicano oggi che il divario tra la condizione di vita
dei proletari e la ricchezza dei loro bisogni, tra l'oppressione
del controllo sociale e la qualità dei comportamenti autonomi di
lotta, si è approfondito ed esteso in maniera irreversibile.
Al punto in cui siamo non si può restare fermi. Occorre che la
ribellione sociale, già consolidatasi in alcuni settori di
classe, si arricchisca degli strumenti organizzativi necessari a
far fronte adeguatamente al processo di ristrutturazione statuale
e padronale.
L'urgenza, la qualità e le forme del processo organizzativo si
presentano, a nostro avviso, come la questione cruciale di questa
nuova stagione politica.
Su questo tema la discussione interna al movimento ed anche
all'area dell'Autonomia Operaia organizzata, si è andata
approfondendo già prima dell'estate rispetto ai problemi posti,
ma non risolti, dal movimento del '77; sia rispetto a quelli
connessi al caso Moro e sia rispetto al progressivo diffondersi di
comportamenti autonomi dal sindacato tra i lavoratori occupati.
Le stesse analisi fatte da riviste come Controinformazione e Primo
Maggio, che introducono nuovi (per loro) elementi di valutazione
teorica sull’autonomia operaia e con le quali riteniamo giusto
intraprendere un dibattito a partire dai prossimi numeri,
testimoniano dell'attualita di questo tema. Ma l'analisi
dell'autonomia e dei suoi compor tamenti, così come l'analisi
della ristrutturazione del capitale, non bastano se di pari passo
non si avvia concretamente il processo organizzativo.
Occorre, per essere più espliciti, chiarire che cosa fare e come
farlo, per uscire tanto dalle secche del qualunquismo di sinistra
generato principalmente da Lotta Continua, quanto per superare la
vacazione minoritaria dimostrata da alcune componenti
dell'Autonomia Operaia come Rosso e Senza Tregua.
E’ questo un impegno a cui, da oltre un anno, ci siamo dedicati
unitamente ai compagni di altre situazioni organizzate
dell'Autonomia Operaia del Nord e del Sud. La proposta che
facciamo, quindi, il Movimento del- 1'Autonomia Operaia, è
la risultante di questo sforzo collettivo e intendiamo metterla in
discussione nel movimento per verificarla ed arricchirla dei
contributi che, Collettivi o singoli compagni, riterranno di dare,
fino ad approssimarne sempre più le tappe della sua realizzazione
attraverso momenti di confronto su temi specifici e generali,
quali certamente, ma non esclusivamente, il Convegno Operaio a
Ottobre e l’Assemblea nazionale a Novembre che, come scrivevamo
nel numero cinque del giornale, e tutta da costruire.
Per assolvere a questo compito "I Volsci" diventeranno
meno "romani" e si arricchiranno dei contributi di tutte
le popolazioni barbare del territorio nazionale, non per fare del
giornale il "portavoce dell'organizzazione", ma per
renderlo uno strumento adatto alla sua promozione.
Nelle pagine che seguono quindi, il giornale cerca di interpretare
questa esigenza, fornendo i termini specifici per l'avvio del
dibattito sull'organizzazione (con la pubblicazione del documento
sul Movimento dell'Autonomia Operaia) e i termini iniziali
un'analisi di fase e di programma da verificare, sia attraverso la
rispondenza che i compagni vi troveranno rispetto alla propria
situazione, sia riguardo alla possibilità di tradurre
praticamente queste analisi in forme di lotta e di organizzazione.
Per anni la dialettica interna al movimento di classe ha visto
prevalere fra le avanguardie, i compagni, fin dentro a vastissimi
settori di proletariato, il dato pressante della lotta
anticapitalistica e della risposta immediata agli attacchi che sotto
diversi aspetti venivano dall'iniziativa padronale. Per anni il
referente politico di ogni dibattito è stato, giustamente, la
tradizione di lotta del movimento operaio italiano, la sua capacità
di tenuta, la sua intelligenza riflessiva nel cercare costantemente
un terreno che fosse, se non il più privilegiato, il meno
sfavorevole per l’iniziativa di classe.
Lo stesso movimento del '77 ha ripreso, pure se con elementi
nuovissimi, questa tradizione di lotta lasciando però inevasa l'al
tra questione fondamentale di ogni processo rivoluzionario che e
quella dell'organizzazione. Anzi, per la portata delle implicazioni
sociali e politiche che hanno investito in pieno tutte le
istituzioni dello stato, proprio dal movimento del '77 è risultata
ancora più stringente la necessità di risolvere alcuni punti
strategici (dalla questione del potere a quella della forma-stato),
dello sviluppo e dell'organizzazione necessari a portare a
compimento un processo rivoluzionario in senso comunista.
Come compagni dell'Autonomia operaia organizzata di situazioni
diverse, che da oltre un anno si confrontano sul problema
dell'organizzazione, crediamo non più rinviabile l'esigenza che
questo tema sia fatto proprio dall'intero movimento in termini di
dibattito e di proposte concrete. Questo documento rappresenta, al
tempo stesso, un elemento di discussione e verifica di quanto ci ha
permesso di concludere il confronto sulla nostra esperienza
organizzativa. E perciò che, per le cose dette, abbiamo, analizzato
e sintetizzato il nostro punto di vista sul tema
dell'organizzazione, prescindendo deliberatamente dall'analisi del
la fase politica attuale e del programma, la cui elaborazione,
crediamo, va certamente sviluppata, (come tentiamo di fare nelle
altre parti del giornale), ma soprattutto va ricercata nei termini
concreti con cui si sviluppa lo scontro di classe.
Questa proposta, quindi è rivolta all'autonomia diffusa, nel
senso che ci interessa che un'esperienza organizzativa sia condotta
a partire non tanto dalla sommatoria delle forze disponibili quanto
dalla continuità che queste forze (militanti, sedi, collettivi,
comitati) stabiliscono o intendono stabilire con l'antagonismo
sociale diffuso, con le forme di lotta spontanee ed organizzate
nelle quali si esprime oggi in Italia l'autonomia di classe.
Ricondurre con decisione il dibattito politico sull'obiettivo
dell'organizzazione è una scelta che per la sua importanza non può
essere delegata ad una discussione che si svolga per linee
interne, riducendosi a grottesco lavorio diplomatico tra qualche
sede "potente" e qualche sparuta avanguardia con ostinata
vocazione minoritaria.
Al contrario, se autonomia operaia è la sintesi
politico-militante che proviene non da sparute avanguardie, ma da
situazioni di lotta significative all'interno di un processo
rivoluzionario, allora questo dibattito e questa scelta dovrà
attraversare assolutamente l'intero movimento in modo capillare e
diffuso.
[torna all'indice]
Una sezione dell'autonomia operaia interpreta in qualche modo queste
esigenze organizzative e se ne assume i relativi livelli di
responsabilità decompartimentando il dibattito, cominciando a
praticare l'organizzazione nelle sue prime forme, concretamente.
Uno dei dati storici che hanno determinato l'unità interna delle
mille forme organizzate dell'autonomia operaia è stato quello di
intendere l'organizzazione come conquista e come maturità del
processo; ebbene, noi pensiamo che il continuare ad intendere
l'organizzazione come processo debba coniugarsi con una pratica che
non conosca rinunce e codismi e che accetti le responsabilità della
interpretazione del movimento fino a porsene il problema della
direzione, senza alcuna presunzione e con molto realismo.
Noi crediamo che sia tempo che il movimento di classe,
l'autonomia operaia, organizzata e diffusa, si misuri nella sua
totalità con questa scadenza, sciolga gli equivoci e le ambiguità,
prenda coscienza della necessità di questo passaggio – non
immediato ma da affrontare subito – dentro l'impresa
rivoluzionaria.
[torna all'indice]
Il processo di ristrutturazione economico-politico-militare esige
dalle avanguardie che si sono misurate nelle lotte degli ultimi
dieci anni, una risposta in primo luogo funzionale a raggiungere un
comportamento conflittuale e antagonista dei settori sociali
anticapitalistici il più omogeneo possibile a livello nazionale,
capace di mettere in discussione con concretezza i progetti di nuova
accumulazione e le arroganti presunzioni di rilancio della
programmazione capitalistica.
Conquistare questa omogeneità nei comportamenti e nei metodi dei
settori sociali, in primo luogo fra le avanguardie significa
compiere il primo ma significativo passo sul cammino
dell'alternativa al revisionismo. Omogeneità in una pratica che
abbandoni ogni abitudine ad una lettura esterna alle situazioni e
una costante capacita di proposizione che rinunci ad ogni
strumentalismo di fronte ai movimenti di massa.
D'altra parte il movimento che si e sviluppato nel '77, se ha
mostrato una potenzialità senza precedenti nel mettere in
discussione il quadro politico generale (il progetto capitalistico
nella sua complessità) non è stato in grado di tradurre in termini
programmatici questa forza antagonista.
Il movimento di lotta ha messo sul piatto della bilancia tutti
gli elementi specifici derivanti dal processo di ristrutturazione
della produzione e del comando, ma da esso non è scaturita una
solida intelaiatura che riuscisse a ricomporre questi elementi, sia
sul piano sociale che politico e militante, sul terreno cioè di una
stabilizzazione progettuale di contropotere.
[torna all'indice]
Tutti gli elementi di valutazione del presente, di questi anni e dei
prossimi, ci fanno riaffermare che solo l’illegalità di massa. la
diffusione del contropotere squilibrano a fondo la struttura del
potere, e la costringono ad un affannoso riassesto, anche se non
riescono, sul lungo periodo, ad operare le rotture decisive.
Questa riaffermazione della linea di massa inquadra in via
per noi definitiva la questione del programma.
Noi riteniamo di vivere, come militanti comunisti, una fase in
cui gli spazi di iniziativa rivoluzionaria sono continuamente aperti
dall'approfondirsi della crisi di comando del sistema
economico e del suo ceto politico; in cui variabile indipendente ed
incontrollata siano alternativamente il movimento, con i suoi
slanci e le sue prefigurazioni, e la rigidità proletaria,
con la sua capacita di resistenza.
Con questo vogliamo affermare che un processo rivoluzionario è
in corso – una generazione ha preso ad interpretarlo – e che la
tematica dei bisogni proletari deve arricchirsi dell'ultimo e
decisivo bisogno nella terra del capitale: quello
dell'organizzazione.
[torna all'indice]
Il movimento del '77 è stato in grado, nella maggior parte dei
casi, di battere le posizioni di destra – gli "allarghiamo il
fronte", "siamo isolati", "confrontiamoci con il
sindacato", "i c.d.f. sono la classe operaia",
"difendiamo la democrazia" – ma non sempre è stato in
grado di affrontare le condizioni nuove imposte dalla stretta
repressiva della seconda repubblica fondata sul lavoro coatto, le
carceri speciali e il divieto della piazza.
Non si tratta di rispondere oggi, quando l'eco della domanda
politica si è già dispersa, non si tratta di attendersi la
meccanica ripetizione del movimento nelle forme del '77 solo perché
le condizioni oggettive non sono mutate ed anzi sono largamente
peggiorate. Si tratta però di andare avanti sulla base
dell'esperienza fatta, senza ripercorrere la strada
post-sessantottesca dei gruppi ormai rappresentati da miseri
cataplasmi.
Sbaglia chi crede di dover rimandare la questione per
"timore delle vecchie esperienze", riesumando la storia
dei gruppi, e quasi contrapponendo "pratica dei bisogni"
ad organizzazione: non porsi oggi la questione dell'organizzazione
significa ridurla domani a improvviso e becero problema degli
strumenti. Noi non vogliamo invece perderci neppure una delle
possibilità di cominciare a costruire l'organizzazione oggi,
assieme come autogestione dei rivoluzionari, come prefigurazione
(questa si) di una nuova forma di cooperazione sociale tra comunisti
e come strumento potente, lo strumento di cui abbiamo bisogno. Siamo
convinti che il movimento da cui veniamo e in cui viviamo, che il
processo rivoluzionario di questa nostra epoca sia portatore – tra
l'altro – di contenuti assolutamente originali sulla
"categoria" dell'organizzazione comunista, e vogliamo
interpretarli e realizzarli senza opportunismi e dogmatismi.
E’ necessario, dunque, concludere una prima fase della
battaglia per la organizzazione con una rappresentazione minima, ma
completa, che costituisca uno strumento da verificare immediatamente
sul terreno della ristrutturazione del salario, sull'orario di
lavoro, sul salario garantito, sulla "nocività" generale
del sistema, sul nuovo assetto imperialistico, per generalizzare la
battaglia per l'organizzazione all'interno del movimento.
[torna all'indice]
Ultimo argomento di riferimento circa la necessità di formalizzare
i livelli opportuni del processo organizzativo e di accelerarlo
viene rappresentato dal diffondersi all'interno del movimento di
comportamenti che nella sostanza negano alla classe la possibilità
di autorganizzazione e testimoniano di gravi processi di
disgregazione da neutralizzare al più presto.
Si tratta da una parte della diffusione di un atteggiamento per
cui una volta presa coscienza dell'emarginazione subita, si finisce
per l'accettarla ed ideologizzarla, dall'altra della diffusione di
apparati combattentistici, i più vari, che rappresentano in ogni
caso sfiducia di fondo nella capacità dei comportamenti di massa
conflittuali a farsi progetto antagonista.
Questa sezione dell'autonomia operaia non scopre oggi la critica
alla "clandestinità strategica". Sin dai primi anni '70
abbiamo denunciato i vizi di analisi politica e gli errori
strutturali circa le prospettive politiche di questa scelta. Sin da
allora denunciammo come tragicamente sbagliato pronosticare una
prospettiva di fascistizzazione quando erano evidenti gli indicatori
di quanto oggi e in atto: la partecipazione del Pci alla
maggioranza, il comune impegno dell'imprenditoria e dei sindacati
nella riedizione di formule tipo politica dei redditi, amalgamate da
uno sviluppo verticale della volontà repressiva statuale.
Questo errore di analisi iniziale ha segnato tutta l'esperienza
delle B.r. e ne ha inficiato tutti i successivi aggiustamenti sui
quali più di una volta ci siamo espressi. D'altra parte da scelte
come quella della clandestinità, per quanto si possano correggere,
non si torna indietro e i compagni "combattenti" non hanno
mai mostrato di comprendere che questo tipo di scelta metodologica e
quella che è più lontana dall'attualissima esigenza di costruire
l'alternativa al revisionismo.
Le altre sigle "combattenti" P.l., A.r., ecc. pur
partendo da motivazioni politiche di critica al militarismo staccato
dal "movimento", sviluppano una concorrenza che tende però,
nella pratica, a ripetere lo stesso itinerario delle B.r. Ciò non
ci esime dall’aver sottovalutato le possibilità effettive e la
capacità di inchiesta politica dei compagni clandestini né esclude
che queste posizioni errate continueranno a creare confusione e a
raccogliere consensi se il processo di organizzazione della
autonomia operaia e la capacità di aprire un chiarimento che
coinvolga l’intero movimento subirà ulteriori ritardi.
[torna all'indice]
La nostra proposta, come abbiamo detto, tralascia volutamente
l’analisi puntuale della fase politica interna ed internazionale e
muove le sue premesse da un processo in corso da anni, in cui la
questione dell’organizzazione per le avanguardie rivoluzionarie è
venuta via via a coincidere con la questione dell'autonomia operaia,
senza però aver risolto a tutt'oggi le ambiguità sulla forma, i
contenuti e il significato strategico che venivano attribuiti da
diverse parti all'autonomia operaia.
La nostra critica nasce quando di fronte all'espandersi
dell'iniziativa di classe degli ultimi anni c'è chi
"parla" di ritorno alla linea di massa e chi invece
accentua la sua pratica militarista.
Entrambi, i "tifosi" della linea di massa e i
militaristi, saltano, appunto, il contenuto strategico
dell'autonomia operaia accontentandosi della presunzione che
l'autonomia operaia ha raggiunto ormai un tetto, vuoi sul piano
sociale (maturità del comunismo, comunismo in atto espresso da
alcuni comportamenti sociali), vuoi sul piano del contropotere
(espressione e applicazione della forza, capacità di risposta
militante nei confronti dello Stato), di qui, secondo loro, lo
sbocco nella fase rivoluzionaria che sul piano interno alla
organizzazione di classe porta alla necessaria costruzione del
partito come compimento e fine del processo rivoluzionario.
Cosa manca? Manca una premessa fondamentale di analisi e
risoluzione di questo processo rivoluzionario, e cioè il fatto che
il fondamento strategico dell'autonomia operaia consiste nella
immediata proiezione della quotidiana battaglia anticapitalistica
nella prospettiva del comunismo. Manca una concezione dell'autonomia
operaia che non sia vista come pure comportamento conflittuale, ma
progetto di organizzazione sociale antagonista che rivendica
pienamente la propria politicità; manca la precisazione del
progetto di contropotere inteso come effettiva indipendenza
proletaria rispetto al ciclo del capitale, garantita dall'esercizio
della forza, ove questa non e, dunque, semplice esercizio di
apparato, rivoluzionario quanto vogliamo, ma diretta espressione di
lotte e strati sociali.
Una teoria della lotta rivoluzionaria, dunque, non fine a se
stessa, ma capace di approssimare i passaggi materiali di
organizzazione e di programma per conquistare e non per eliminare,
facendo finta che non esistono, le fasi successive necessarie per
arrivare ad una società comunista.
[torna all'indice]
Di qui il primo concetto, secondo noi fondamentale,
sull'organizzazione; non c'è niente di garantito e di certo al di
fuori dei termini oggettivi, in cui si colloca la lotta
anticapitalistica, e di quelli soggettivi prodotti dalla militanza
rivoluzionaria: l’unione di questi due aspetti, la funzione ed il
progetto stesso dell’organizzazione devono rappresentare una
conquista per tutti i rivoluzionari.
Innanzitutto, allora, inquadrare i termini oggettivi della
questione: da una parte c’è il vissuto, la società del mondo
capitalista contro cui lottiamo, rappresentata da un sistema
democratico la cui amministrazione, saldamente in mano alla
borghesia, e delegata a una serie di istituzioni che operano
distintamente sul piano della politica e dell'economia con lo scopo
prefisso di mantenerle formalmente separate, per impedire che la
loro integrazione sviluppi ulteriormente le contraddizioni di
classe: i partiti come espressione della stabilità della
società politica; i sindacati come espressione della
stabilità dei rapporti tra capitale e lavoro nella società
economica. Lo Stato, infine, in quanto amministratore
delegato di queste due società (che nella realtà sono
profondamente intrecciate tanto che ognuna possiede la maggioranza
azionaria dell'altra), come depositario dell’unica legge che può
far convivere oppressi e oppressori nella forma, appunto, di democrazia
delegata.
Dall'altra c'è l'idea-forza, il comunismo, per il quale
lottiamo, che prefiguriamo come società non più divisa in classi,
senza oppressi e oppressori, dove lo Stato è estinto.
[torna all'indice]
Il passaggio intermedio tra queste due società è dunque il
rovesciamento della democrazia delegata e l'affermazione
della democrazia diretta: dall'amministrazione di minoranza
della borghesia, all'amministrazione di maggioranza del proletariato
dove necessariamente ma transitoriamente la forma-stato è quella
dello Stato proletario.
Se questa è la forma limite del processo di transizione, essa
pone la riunificazione della politica e dell'economia come premessa
inevitabile per la realizzazione di una società comunista in cui i
rapporti economici tra i suoi membri sono contemperati da una
forma-stato non più delegata, ma diretta e articolata secondo il
principio dell'autodecisione.
L'autodecisione, laddove si esplica sotto la forma della
democrazia diretta, completa l'analisi marxiana dell'economia
politica che arriva appunto a concepire l'estinzione dello Stato ma
non della politica: l'autodecisione dei produttori, ad esempio,
avviene infatti con l'abolizione della proprietà privata dei mezzi
di produzione e quindi eliminando dalla sfera economica
l'opposizione capitale-lavoro, e se ciò significa l’estinzione
dello Stato come struttura delegata a regolare nella società i
rapporti politici ed economici, non significa che i rapporti stessi
si estinguano automaticamente. Vale a dire che l'estinzione dello
Stato non significa estinzione della politica, ma estinzione della
politica "separata" e quindi ricongiunzione di questa
all'economia nella forma nuova che si esplica attraverso le
decisioni dirette.
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Detto questo occorre essere molto chiari sui contenuti di questo
processo rivoluzionario. Noi affermiamo che, perché passaggio reale
ci sia ad una società comunista, occorre che questa abbia i
presupposti di una rivoluzione sociale. Vale a dire che politica ed
economia, seppure ricongiunte, non possono di per sé qualificare il
processo rivoluzionario come rivoluzione comunista se non
comprendono al loro interno il carattere sociale che la stessa
società capitalistica ha loro affidato, ovviamente con opposti
fini.
Negare o trascurare la natura sociale del processo rivoluzionario
significa abolire di colpo la funzione sociale che lo stesso
capitale ha sviluppato nel corso della sua storia, riconducendo
immancabilmente la realizzazione della società comunista a un
processo gradualistico diviso in due tempi: prima la presa del
potere, la rivoluzione strutturale, e poi, successivamente, la
emancipazione sociale dei rapporti tra gli uomini.
Questa concezione, che rappresenta la reale sostanza del
gradualismo, è quella che ha portato quei paesi dove ha prevalso
una concezione esclusivamente politico-militare della rivoluzione, a
subire un processo involutivo per cui la dittatura del proletariato
si è trasformata nella dittatura sul proletariato imposta dalle
burocrazie al potere.
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Questa visione del processo rivoluzionario, propria della III
Internazionale, va combattuta sul piano ideologico e pratico in
quanto portatrice non solo di elementi di separazione all'interno
del proletariato che ricalcano gli schemi della società borghese
– il sindacato visto come organizzazione di massa della coscienza
economica dei produttori e il partito come coscienza politica
separata – ma anche perché storicamente ha fatto si che si
affermassero ancora di più le tendenze gradualiste dei partiti
comunisti mondiali che, seppure con strategie diverse, hanno imposto
al proletariato la politica dei due tempi: fare la rivoluzione
strutturale, magari con l'insurrezione armata o i colpi di stato
militari, ma senza mai risolvere a tutt'oggi il fine strategico
della rivoluzione sociale.
Ciò e ancora più chiaro se si esamina l'insegnamento
mistificatorio operato tra le masse da tutti i partiti socialisti e
comunisti derivanti storicamente dalla III Internazionale:
"Pane e lavoro" infatti è stata per decenni la
spiegazione volgarizzata della impostazione ideologica di questi
partiti, per i quali, la categoria del lavoro ha rappresentato e
rappresenta tuttora il cardine della struttura sociale, a tal punto
che il fine ultimo della società che essi arrivano a concepire, e
quello di dare "a ciascuno secondo il proprio lavoro". Di
qui il rafforzamento dell'ideologia del lavoro e quindi del concetto
stesso di stato, inteso come imposizione necessaria e perenne, in
quanto autorità delegata a concedere piccoli diritti a patto che il
dovere universale del lavoro fosse accettato come legge fondamentale
della società.
Questa critica ai fondamenti storici della III internazionale
riconduce al nodo strategico dell'autonomia operaia, cioè alla
possibilità che i diversi settori di classe conquistino una propria
capacità di direzione, intelligenza e progetto politico perché
finalmente si realizzi il primo interesse del proletario che e
quello di vincere in quanto classe e non quello di non perdere in
quanto partito.
Ciò, crediamo, e tanto più vero se rapportato a questa società
occidentale, a questo tipo di capitalismo cosiddetto maturo. E
impensabile cioè che le contraddizioni sociali indotte dallo
sviluppo del capitale che dalla sfera della semplice produzione di
merci hanno straripato come la piena di un torrente investendo la
sfera dei rapporti umani, della struttura patriarcale della società,
della nocività sociale del sistema capitalistico, che insomma hanno
investito il tema stesso della produzione della vita, restino non
considerate o subordinate a un processo meramente strutturale, dove
la nascita dell"'uomo" nuovo sia soffocata dai residui
ideologici e culturali della società borghese che, come la storia
dei paesi cosiddetti a socialismo reale c'insegna, niente affatto
scompaiono automaticamente con la presa del potere.
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Occorre allora approssimare quanto più possibile la forma di
organizzazione necessaria a realizzare questi contenuti strategici,
tenendo presente che, comunque, la conquista della società
comunista presuppone:
1) una fase di sviluppo del contropotere di massa necessario alla
diffusione dei comportamenti di classe antagonisti e
all'organizzazione dell'autonomia operaia;
2) una fase di affermazione della dualistica dei poteri in cui l'uso
della forza da parte del proletariato diviene sistematico, ed è in
grado di fronteggiare adeguatamente la forza dello stato e segnare
vittoriosamente l'apertura del periodo rivoluzionario fino alla
caduta del potere borghese, periodo caratterizzato dalla guerra tra
le classi e dal rapido immiserimento delle stesse;
3) una fase riassumibile come dittatura del proletariato in cui gli
organi rivoluzionari di massa, così come concretamente prodottisi
su tutto il territorio nazionale, nella lunga fase di scontro
prerivoluzionario, iniziano materialmente ad assumere su se stessi
quella evoluzione storica della società, quel passaggio qualitativo
e quantitativo che dalla democrazia delegata e di minoranza della
borghesia deve portare a quella diretta e di maggioranza del
proletariato. Il ritmo e i tempi sociali di questo passaggio saranno
scanditi dallo stesso grado di coscienza politica, diffusione e
radicamento che gli organi rivoluzionari di massa avranno raggiunto,
ancora prima della presa del potere.
Ciò comporta che il processo organizzativo che non si identifica
esclusivamente col partito, sia in grado di riassumere la funzione
sociale, politica e militare necessaria a portare a compimento il
processo rivoluzionario in forma non delegata: cioè che 1)
l'organizzazione di massa del proletariato assuma funzione
strategica mentre 2) si afferma una concezione del partito come
strumento.
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La prima quindi e un'organizzazione che mira già durante la fase
della lotta dentro e contro la società capitalistica, a dare forma
stabile all'autonomia operaia, cioè a far si che i comportamenti di
classe trovino in essa un elemento di confronto permanente, capace
di sviluppare criticamente gli interessi delle diverse sezioni di
proletariato da puri bisogni materiali, quali spesso si presentano,
a interessi politici generali, senza che ciò avvenga attraverso la
mediazione (e quindi la rappresentazione) politica, storicamente
delegata al partito. Se infatti il presupposto della costruzione di
una società comunista e la riunificazione dell'economia e della
politica e che ciò avviene nell'esercizio costante della
trasformazione della sfera dei bisogni economici in elementi di
conoscenza e decisione politica nelle mani del proletariato, è
ovvio che non può esserci struttura organizzata distinta da quella
che riassume in sé la funzione di organizzazione stabile dei
comportamenti di classe; cioè essa stessa e non il partito come
espressione rappresentativa dell'unita di classe, è
l'organizzatrice della lotta di classe per tutte le fasi del
processo rivoluzionario: dallo sviluppo del contropotere
all'affermazione della dualistica dei poteri, alla democrazia
diretta nello stato proletario.
Questo tipo di organizzazione, i cui modelli molto approssimativi
potrebbero ravvisarsi nella funzione che i Soviet russi hanno avuto
fino al 1917 e in quella delle Comuni cinesi degli anni della
rivoluzione, riassume in sé i contenuti strategici del processo
rivoluzionario che noi prefiguriamo. Per essere chiari non è il
sindacato, non è la diffusione dell'organismo di massa secondo la
dizione m-l in cui confluisce anche il proletario senza
"partito" e soprattutto non è il luogo di espressione
della "medietà" di una coscienza di massa affogata in un
gradualismo senza fine, ma è la rete costituita dai proletari
coscienti della necessita dell'organizzazione e della costruzione
degli strumenti dell'autodecisione proletaria e l'embrione dello
"stato" proletario, ovvero della forma di organizzazione
sociale che riassume al suo interno le sedi di dibattito e di
rappresentatività dei proletari.
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La funzione strumentale del partito e quindi la sua necessità si
impongono a partire dall'esigenza che il processo che porta dalla
società capitalistica a quella comunista, sia un processo
rivoluzionario, continuo, materialmente capace di compiere quelle
trasformazioni sociali che possono segnare l'estinzione dello stato,
ma non l'estinzione della politica, la fine della democrazia
delegata, ma non la fine della lotta per il comunismo.
Il partito nasce ed agisce laddove questo processo si inceppa,
dove lo sviluppo contraddittorio del capitale confonde l’azione
spontanea delle masse e ritarda la funzione emancipatrice e
liberatrice dell'organizzazione autonoma e di massa del proletariato
che abbiamo definito. Ciò presuppone una conoscenza delle leggi
capitalistiche che non è immediatamente data nei comportamenti di
classe del proletariato; essa è una scienza antagonista a quella
del capitale perché basata sulla teoria della rivoluzione, ma se
esaminata dal di fuori dei termini oggettivi dei conflitti sociali
diviene teoria separata dalla coscienza di classe e quindi
patrimonio inutilizzabile.
Il proletariato infatti nella lotta per la sua emancipazione,
percorre un processo discontinuo proprio perché la spontaneità con
cui affronta lo scontro col capitale non sempre riesce a trascendere
i meccanismi economici.
E’ così che l'arte del "divide et impera" trasforma
le crisi economiche del capitale in crisi politiche laddove il
proletariato, non avendo espresso le sue avanguardie, subisce il
terreno difensivo della lotta per la sopravvivenza.
Compito del partito quindi è quello di creare le condizioni per
il massimo sviluppo dell'autonomia operaia e in quest'opera deve
rimanere in ogni caso subordinato ai contenuti strategici del
processo rivoluzionario, pur costituendo lo strumento risolutore
del quadro critico del capitale.
Non il partito dell'Autonomia Operaia quindi, né il partito-fine
visto come elemento riassuntivo della questione organizzazione, ma
il partito-strumento, la cui maturità coincide con la maturità del
processo rivoluzionario sociale, che deve contenere fin
dall’inizio le premesse di estinzione di questa struttura.
[torna all'indice]
Noi partiamo da una valutazione dell'attuale tenuta della mediazione
politica in Italia che ci fa escludere sul breve periodo l'ascesa
agli estremi dello scontro di classe fino all'esito decisamente
militare. Se è vero che i rapporti fra le classi si sono
radicalmente irrigiditi, nel senso di rendere ormai irreversibile
quell'esito, ancora molto sul piano della ricomposizione di
classe deve avvenire perché l'iniziativa stia definitivamente nelle
nostre mani.
Il processo di liberazione, siamo convinti, procede con
l'affermarsi dell'autonomia di classe diffusa e il progressivo
affermarsi del contropotere comunista, e non solo con la «fabbricazione
degli strumenti idonei alla sua realizzazione»; dentro questo
quadro, l'autonomia deve avere un programma di militanza e la
conquista di quella dimensione direttamente politica che è la
strategia, deve condurci a determinare il volume di attacco
necessario oppure la qualità delle mediazioni necessarie. Sia
chiaro una volta per tutte che a noi non interessa un processo
"guerrillero", tanto meno lo riteniamo possibile in
Europa, così come rifiutiamo qualsiasi ipotesi puchista della presa
del potere: ciò che a noi interessa e una lotta di logoramento,
prolungata e definitiva con il potere borghese.
Assolvere a questo compito significa allora misurarsi sul terreno
del contropotere tenendo presente queste due necessità: 1) far
vivere costantemente nel proletariato il terreno della forza; 2)
esprimere oggi, dentro i livelli dati dello scontro, il punto di
vista generale sui rapporti di forza tra proletari e stato. Tanto più
che oggi lo stemperarsi delle forme di lotta - la discontinuità e
la localizzazione dell'insubordinazione proletaria – va messo in
rapporto con l'evidente assenza di un soggetto sociale e politico
all'interno della classe che sia trainante e di per se ricompositivo.
Ma proprio questa multipolarità ormai affermata di soggetti sociali
proletari che oggi esprimono comportamenti di rottura e di scontro,
rimanda alla necessità di una rappresentatività generale del
progetto comunista, perché questo dalle forme più articolate e
disperse in cui vive sia rilanciato e ulteriormente perseguito.
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La costruzione dell'organizzazione si verifica nella diffusione del contropotere
territoriale. Intendiamo per contropotere lo stravolgimento
permanente del potere, l'esautorazione degli organi di dominio
conquistata attraverso la diffusione, il radicamento e la mobilità
della presenza rivoluzionaria, attraverso l'egemonia di una sezione
di classe dentro la composizione di classe.
Il contropotere quindi non si identifica semplicisticamente solo
con la qualità e la quantità del proprio intervento in una
fabbrica o in un quartiere, ma è la risultante di tutto l'arco di
azioni in cui si disloca l’intervento rivoluzionario:
destrutturazione della militarizzazione cittadina, fondazione delle
condizioni di organizzazione proletaria antirevisionista, agibilità
politica del territorio, inchiesta e conoscenza delle strutture di
potere, possesso di strumenti e mezzi necessari alla riproduzione
dell'organizzazione nella lotta, per affermare soprattutto come il
contropotere sia egemonia sociale della classe localmente
determinata.
Se stabiliamo infatti che l’esito rivoluzionario debba situarsi
sul lungo periodo, e che questo esito debba attraversare la fase
della guerra tra le classi, allora noi diciamo che per affrontarla
abbiamo bisogno di più autorità sociale e politica di più
contropotere diffuso.
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La prospettiva dell’organizzazione territoriale si rende evidente
seguendo il filo della ricomposizione del ciclo di lavoro e della
classe. Se infatti è oggi predominante il dato della ricomposizione
di classe, a fronte di una iniziativa padronale estremamente
articolata che tende a ripristinare il completo controllo della
forza-lavoro attraverso lo smembramento del ciclo produttivo
(decentramento, lavoro nero, etc.), è chiaro come l'affermazione
del contropotere si colloca in una dimensione territoriale che
racchiude appunto tutta la complessità dello scontro di classe. La
trasformazione del territorio in fabbrica sociale, con la
conseguente scomposizione della forza-lavoro, ha determinato una
multipolarità di soggetti politici che possono in genere essere
sintetizzati solo se la prospettiva dell'intervento è territoriale.
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Se dunque come abbiamo chiarito, contropotere significa completa
indipendenza proletaria rispetto al piano capitalistico, i luoghi
dell'organizzazione dell'autonomia operaia non assumeranno mai un
ruolo di pacifica gestione, ne di zona rossa liberata, ma saranno
centri motori permanentemente conflittuali e antagonisti, in cui si
riassumeranno durante tutta la fase del contropotere e della
dualistica dei poteri, la funzione di soviet e di partito. E’
abbastanza chiaro che il termine dialettico prevalente, in quanto
funzione e non in quanto dato istituzionalmente costituito, sarà,
in questa fase, proprio quello del partito, in quanto sintesi della progettualità
distruttiva.
E’ nella fase della dualistica dei poteri, una fase di estrema
instabilità sociale, in cui è praticamente aperta una guerra tra
le classi, che il soviet assume una connotazione propria e distinta
dal partito. Organismo di gestione dell'economia di guerra,
struttura logistica degli strumenti di combattimento. Sarà poi
nella fase della dittatura del proletariato che la struttura del
potere di autodecisione proletaria tenderà ad assumere una funzione
preminente nella dialettica soviet-partito per giungere sino
all'estinzione del partito, collaterale all'estinzione dello stato.
Ora, se la funzione di partito non rimanesse fortemente integrata
nelle strutture organizzative dell'autonomia sociale, la possibilità
di rovesciare la dialettica soviet-partito a favore del primo
elemento, per liberare l'autodecisione proletaria, per garantire il
superamento della dittatura del proletariato, per salvaguardare
l'obiettivo strategico proletario, quest'ultimo verrebbe meno. Bisogna
rendersi conto costantemente della necessità di rimuovere,
schiantare, ricostruire dalle fondamenta l'inflessibile strumento
partito, adattandolo ai compiti dello scontro.
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Questo tipo di organizzazione per le fasi che abbiamo analizzato,
marcia necessariamente su un programma di lotta. Anzi, per come
abbiamo affrontato la questione dell'organizzazione dell'autonomia
operaia legata alle fasi di transizione, per come intendiamo essere
l'autonomia operaia transizione stessa al comunismo, è evidente la
complementarità strategica che assumono gli elementi di programma
rispetto all'organizzazione. Non si tratta quindi di tracciare le
direttrici di lotta o di elencare gli obiettivi per il medio e lungo
periodo, tanto per fornire il biglietto da visita di buoni
rivoluzionari e autocandidarci così come quelli del programma più
comunista o della lotta più dura.
Ciò che assumiamo come postulato di programma e la cui
realizzazione ed articolazione e affidata alla dialettica della
lotta di classe ed al rapporto tra comportamenti sociali e
organizzazione rivoluzionaria, è che il passaggio dalla democrazia
delegata alla democrazia diretta corrisponde all'affermarsi di una
società basata sul principio fondamentale dell'"a ciascuno
secondo i propri bisogni" contrapposto al principio comune al
socialismo ed al capitalismo (almeno teoricamente) che afferma
"a ciascuno secondo le proprie capacità e meriti". Una
teoria dei bisogni dunque a fondamento di questo principio e
soprattutto una pratica dei bisogni di classe da approfondire in
senso rivoluzionario e comunista.
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La stessa evoluzione dell'autonomia operaia in Italia è legata alla
pratica dei bisogni di classe da un nesso inscindibile, ma non sono
la stessa cosa. Organizzare, nel senso di far lottare e di far
riappropriare la classe dei propri bisogni, non equivale
direttamente a organizzare l'autonomia operaia. In primo luogo perchè
non è il bisogno fine a se stesso che qualifica come rivoluzionario
un programma di lotta, ma la capacità che il proletariato acquista
attraverso il soddisfacimento dei suoi bisogni di assumere come
fondamentale il bisogno del potere e del suo esercizio non delegato;
in secondo luogo perché la qualificazione dei bisogni in senso
comunista deve iniziare già oggi, in questa società, attraverso la
critica sistematica della società della merce. Si tratta cioè di
interpretare attraverso la teoria dei bisogni quel passaggio
fondamentale che trasforma in valore d'uso il valore di scambio, che
seleziona ciò di cui si ha bisogno per dare a ciascuno secondo il
proprio bisogno.
La determinazione del tempo di lavoro socialmente necessario, la
scarsità delle risorse, i rapporti tra unita produttive, gli stessi
rapporti tra produttori, sono determinati certamente attraverso
l'appropriazione sociale dei mezzi di produzione, ma non
esclusivamente, se di pari passo infatti non si realizza quel
processo di appropriazione ideologica del proletariato capace di
trasformare le relazioni sociali fondate sul valore di scambio in
rapporti sociali basati sul valore d'uso. Occorre quindi
applicare criticamente l'esercizio della pratica dei bisogni
sgombrando il campo da tutta una serie di bisogni tipici
dell'ideologia consumistica borghese, che pure nella quotidianità
nella vita si intrecciano con i bisogni di classe e che spesso
soffocano, dietro l'aspetto quantitativo dei rapporti sociali
determinati dalla produzione capitalistica più merci e più beni di
consumo = più relazioni sociali), le aspirazioni sempre più
pressanti verso un aspetto qualitativamente diverso della vita.
In questo senso va vista la funzione estensiva della teoria dei
bisogni, quella cioè di non legarli semplicemente alla sfera
economico-materiale, bensì a quel complesso di aspirazioni sociali
che nella loro sintesi rappresentano oggi la contraddizione
fondamentale tra crisi capitalistica e antagonismo di classe, tra
vecchia società in declino e nuova società emergente.
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Si tratta, dunque, di sviluppare al massimo la lotta per i bisogni
di classe, intendendo ciò come affermazione di insubordinazione
cosciente dello sviluppo capitalistico. Avere la capacità di
garantire una buona sopravvivenza e far saltare l'assetto del
comando capitalistico al di fuori degli schemi produttivi della
borghesia, ma al tempo stesso sviluppare al massimo la battaglia
politica interna al movimento, perché i comportamenti sociali
conflittuali non si riducano ad una pura e semplice lotta per la
sopravvivenza in quanto tale, che non vive ne si proietta
all'interno di un progetto di organizzazione rivoluzionaria.
Continuare dunque a scegliere la pratica degli obiettivi estesa,
di massa o d'avanguardia, purché inserita nel progetto, in ogni
caso autodifesa ai livelli necessari, perché questo è il terreno
privilegiato dello sviluppo della coscienza proletaria. Anche se ciò
non può esaurire quella che è la metodologia e lo stile di lavoro
dell'Autonomia Operaia organizzata.
Quando i padroni puntano apertamente, fra l'altro, ad una
operazione su vasta scala di disarticolazione e scorporo della
produzione, chiaro è il pericolo costituito dal radicarsi in
settori sociali naturalmente antagonisti di una accettazione della
marginalizzazione come condizione produttiva di vita. D'altra parte
l'allargamento della sfera dei bisogni è un'istanza classica delle
società capitalisticamente mature, riconducibile all'interno di
processi di ristrutturazione che non può essere contrabbandata
invece come comportamento conflittuale.
Abbiamo detto che la riappropriazione e la pratica degli
obiettivi costituisce il momento trainante e qualificante delle
scelte metodologiche dell'autonomia, ma abbiamo detto anche che
nella fase attuale il metodo di intervento non esclude altre forme
per la realizzazione del programma che da una parte comprendono la
contrattazione stessa e dall'altra il sabotaggio, mentre il metodo
costante dell'autonomia operaia si qualifica come ratifica,
riappropriazione dei bisogni, autodecisione.
La contrattazione in quanto metodo proprio delle organizzazioni
storiche del Movimento Operaio (metodo di per se gradualistico e
riduttivo della capacità di lotta del proletariato), può assumere
una sua validità solo se usato compatibilmente con una presenza
diffusa dell'autonomia operaia e quindi come rafforzamento della sua
egemonia nei confronti del revisionismo.
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La costruzione dell'organizzazione non è un problema di identità
ideologica bensì un terreno di conquista a cui costantemente
giungono i militanti per adeguare la loro capacità di risposta al
nemico di classe.
Il nostro compito, il compito dei militanti dell'autonomia
operaia, è quello di individuare un corretto rapporto tra la
propria prassi politica – storicamente e teoricamente determinata
– e la strategia rivoluzionaria (il programma comunista,
l'organizzazione politica e sociale del comunismo). La rivoluzione,
il comunismo non sono inevitabili. Questa consapevolezza fa parte
della nostra coscienza di autonomi, assieme alla faticosa ricerca di
parametri su cui verificare quel rapporto.
La "tendenza" comunista non è un'evoluzione
determinata dall'improbabile realizzazione dei nostri bisogni; è
una conquista, e un'impresa. In questa impresa non dominano però
criteri manageriali o aziendali, perché l'impresa è collettiva, e
di classe. Quindi la militanza non è (non può essere) una
forma di sottomissione "funzionale", ma – al di fuori di
ogni interpretazione mistica – l'unica dimensione dove la
creatività non è precaria, perché si misura con lo scontro di
classe, perché tendenzialmente "fuori del capitale". Solo
una distorsione dei contenuti del movimento del '77 ha voluto che la
tematica dei bisogni si arrestasse incomprensibilmente sulla soglia
dell'organizzazione, e che la stessa teoria «bisogni-comunismo»
fornisse un alibi agevole ad ogni riemergente individualismo. Al
contrario, l'organizzazione comunista è la prima forma di libertà
nella terra del capitale, e la prima esperienza reale di
cooperazione, di autogestione comunista.
Per questo l'autonomia operaia deve aumentare lo spessore della
propria rappresentanza politica, deve avere vita propria in quanto
moderna alternativa rivoluzionaria, in quanto proposta vincente di
abolizione dello sfruttamento e dell'oppressione. Per farlo deve
moltiplicare i propri canali di comunicazione, deve occupare tutti
gli spazi, tutte le sacche di resistenza all'iniziativa
capitalistica, deve costruire e fondare nel movimento l'egemonia
della sua proposta politica. Per farlo deve innanzitutto sciogliere
problemi di merito, e di metodo; riformulare
quell'interpretazione della realtà di classe che ha sorretto fino
ad oggi costantemente l'iniziativa autonoma, ma che spesso si è
anche erosa o degradata fino a generare il suo contrario.
L'organizzazione dunque si caratterizza come un processo, uno
sforzo, una lotta per continuare a fare emergere la necessità della
rivoluzione comunista nella coscienza delle masse proletarie. Ciò a
significare che la forma e la struttura dell'organizzazione è
mutabile a seconda della fase politica che il proletariato si trova
ad affrontare.
Noi pensiamo che la forma organizzativa che deve assumere
l'autonomia operaia, in questa fase, sia quella di un Movimento.
La scelta di un Movimento, ovvero di un'organizzazione che è
insieme promozione e direzione dell'Autonomia Operaia, è imposta
non solo dalle nostre cognizioni politico-ideologiche, non solo dal
fatto che l’autonomia operaia è in espansione in modo
direttamente proporzionale alle lotte e che il suo "tetto"
non sarà raggiunto se non dopo aver tolto l'egemonia al Pci, ma
anche dalla domanda politica che oggi massicciamente i lavoratori
indirizzano all’autonomia operaia rompendo con l'attuale politica
di sacrifici e austerità. I limiti attuali dello sviluppo del
contropotere, le forme ancora non del tutto stabili dei collettivi,
la scarsa presenza dell'autonomia operaia organizzata in alcuni
territori importanti dello scontro di classe, costituiscono altri
elementi che ci impongono come forma attuale dell'organizzazione,
quella di un Movimento. Uno strumento cioè che sia insieme «soviet»
«partito», ovvero anticipazione dell'uno e dell'altro nella misura
in cui il processo che dovrà tendere alla costruzione di questi due
poli strategici della rivoluzione comunista, e appena avviato e la
solidificazione dell'uno rispetto all'altro rischierebbe di
ritardare l'apertura del terreno rivoluzionario.
Il Movimento dell'Autonomia Operaia, Mao, è la struttura
organizzativa che questa sezione dell'Autonomia Operaia propone ai
collettivi, comitati, nuclei e coordinamenti territoriali, settori
di lavoro, singoli compagni, quale superamento di queste forme
iniziali di organizzazione affinché possano rapppresentarsi le
singole volontà di lotta e di attacco sotto la forma del progetto
politico capace di affrontare con le armi giuste l'attuale fase
politica.
Il Movimento è la singola volontà che si fa progetto, che si
fa forza per realizzare con rinnovata energia la costruzione
dell'unita di classe e la lotta per l'alternativa comunista.
La costruzione e la partecipazione al Mao è aperta a tutti i
compagni che si riconoscono nei concetti che abbiamo fin qui
espresso e che li hanno già tradotti, praticamente, nella militanza
in un collettivo, comitato, nucleo d'intervento, etc. Ciò per
indicare che non c'è spazio in questa organizzazione per
"rivoluzionari di professione" o per "fornitori di
servizi o prestatori d'opera", tanto meno per intellettuali
schizzinosi che non intendono sporcarsi le mani con l'attività di
tutti i giorni.
Il collettivo di intervento è il centro della formazione della
volontà e dell'azione politica; teoria e prassi nascono dalla
elaborazione del collettivo, fino a diventare, attraverso il
confronto con la teoria e la prassi degli altri collettivi, la
teoria e la prassi del Mao.
La formazione della volontà politica non è un processo per
linee interne e poiché il Mao opera con altre forze politiche e
sociali alla costruzione dei soviet, il terreno di conquista della
linea politica è interno al dibattito anche con queste forze
tramite assemblee locali, regionali, nazionali; conferenze,
convegni, congressi, ai vari livelli, ma soprattutto aperte al
contributo di tutte le componenti del movimento rivoluzionario.
Il collettivo, quale fondamento della proposta dell'Autonomia
Operaia, deve tendere attraverso l'azione politica, alla omogeneità
dei suoi militanti: identità di linea e comportamento, costruzione
dell'uno e dell'altro, trasformano la militanza in una dimensione di
vita quotidiana che supera l'imposizione e l'insofferenza e fa
emergere la qualità dell'autodisciplina che vede in ciascuno la
responsabilità di tutti e la responsabilità di tutti nei
comportamenti di ciascuno: «ognuno di noi è il partito e tutti
insieme formiamo la linea politica». Ma anche l'omogeneità tra
militanti è una conquista: essa si realizza attraverso un processo
di lotta capace di battere «anche» i limiti del lavoro nel proprio
collettivo, quali il localismo, il settorialismo, l'esclusivismo,
che costituiscono remore da eliminare se non vogliamo portare nel
Mao falsi temi e contrapposizioni o, peggio ancora, favorire
l'insediarsi di gruppi di potere. Ogni istanza collettiva, dunque,
pur partendo dal lavoro nel proprio settore deve portare nella
risoluzione dei problemi il punto di vista dell'intero movimento
rivoluzionario, sia in termini economici e sociali che militari e
internazionali; ciò vuol dire che alla base della proposta
dell'Autonomia Operaia, sta la costruzione di una coscienza critica
che si forma attraverso la militanza, intesa non come misura della
quantità di lavoro politico svolto, ma come approfondimento e
conquista della propria identità politica e sociale. Non il
militante a tempo pieno, dunque, né il tappa-buchi della situazione
che sa "sfruttare" la sua acquisita esperienza, bensì
quel livello di coscienza che da classe si fa progetto, egemonia,
potere, che sa usare le armi della critica e dell'autocritica, che
fa comandare la politica sul fucile, ma che sa prendere il fucile
quando occorre.
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Il militante sta al collettivo, come il collettivo sta al Mao, nel
senso che non c'è contraddizione tra lavoro collettivo e divisione
dei compiti. Il militante del collettivo chiamato a compiti più
vasti (regionali o nazionali) non perde la sua militanza (né le
prerogative che gli derivano) nel collettivo, ma la riduce o la
trasforma. D'altra parte l'affidamento di compiti particolari da
parte del collettivo (o di qualsiasi altra istanza) può significare
un venir meno alla funzione "collettiva", se si è bene
interpretato che ciò non significa che tutti fanno tutto e nello
stesso momento, ma il significato di funzione collettiva sta proprio
nelle decisioni che vengono prese da tutti sulla base di un eguale
peso politico a prescindere dalle proprie funzioni specifiche.
Lavoro collettivo e divisione dei compiti sono quindi i poli di
una dialettica organizzativa che usa i suoi strumenti in funzione
della crescita e della omogeneità politica dei militanti.
– Assemblea aperta
– Attivo dei militanti
– Organismo di direzione collegiale
sono gli strumenti che il Mao si da per articolare ed esprimere la
sua volontà politica ai diversi livelli; queste tre istanze
rappresentano il punto di arrivo obbligato del processo di
costruzione del Mao in relazione al rapporto dialettico che si può
prefigurare tra autonomia della classe e funzione di partito.
I meccanismi interni di convocazione, di validità delle
decisioni, di numero dei partecipanti, sono decisi non in funzione
dei giochi politici o della liturgia delle votazioni, bensì con il
criterio della rappresentatività effettiva al di la della
consistenza quantitativa delle singole istanze collettive.
Costruire l'organizzazione come un continuo processo di conquista
che si evolve nella forma, nelle strutture e negli strumenti a
seconda delle fasi politiche dello scontro di classe, ci porta a
considerare oggi che questo iniziale processo di centralizzazione,
articolato a diversi livelli, lascia aperta costantemente la
possibilità a nuove istanze di confrontarsi e centralizzarsi
secondo l'evoluzione dinamica che intendiamo immettere nel Mao.
Per far questo il Mao provvederà alla costituzione di un Centro
nazionale (provvisorio) con funzioni di promozione dell'Autonomia
Operaia ed esecuzione dei compiti imposti dal processo di
centralizzazione, processo che questa sezione dell'Autonomia Operaia
intende mettere in discussione e verificare praticamente, per cui
invita tutti i compagni rivoluzionari a confrontarsi sulla proposta
di costruzione del Mao nella prima Assemblea nazionale
dell'Autonomia Operaia, che si terrà nel mese di novembre.
Il Comitato promotore ottobre 1978
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