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Il
processo del G8 resta a Genova
Udienza per 26 no global accusati di devastazione:
i pm riscrivono le accuse per evitare il trasferimento degli atti a Torino
(chiesto anche dai poliziotti indagati per la Diaz). Il Viminale si
supera: parte civile per danno d'immagine
AUGUSTO BOSCHI
GENOVA
Genova o Torino? La prima udienza preliminare sugli
incidenti di piazza durante il G8 scioglie il nodo della competenza
territoriale. La risposta è che il processo non si sposterà dalla sua
sede naturale ed è arrivata con una mossa a sorpresa dei pm Anna Canepa e
Andrea Canciani. Il problema è sorto perché, tra le possibili parti lese
nel processo a 26 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio,
figurava anche un magistrato genovese, il giudice per le indagini
preliminari Vincenzo Papillo che, dopo gli scontri del 20 luglio 2001,
trovò la sua auto parcheggiata in via Palestro danneggiata da ignoti. E
quando ieri il giudice dell'udienza preliminare Roberto Fucigna ha fatto
l'appello delle parti lese, al nome Papillo Vincenzo si è alzato
l'avvocato Giuseppe Gallo (lo stesso che poco dopo, arrivati a Placanica
Mario, si è dovuto rialzare perché rappresenta anche il carabiniere).
Così Fucigna, che è anche capo dei gip di Genova, si sarebbe trovato
nella situazione di giudicare su un fatto avvenuto a danno di un suo
dipendente: un caso di incompatibilità che poteva portare il processo a
Torino.
Non è stato così. I pm, cogliendo tutti in contropiede, hanno modificato
i capi di imputazione. Per l'esattezza, hanno cancellato le automobili
dall'elenco dei beni danneggiati, riducendo le parti lese da 400 a 32. E
tra il «superstiti» non c'è il gip Papillo. Se è facile capire la
mossa dei pm, che non vogliono farsi «scippare» l'inchiesta, più oscura
è quella dell'avvocato Gallo, che tra l'altro - si vocifera - avrebbe
cercato attivamente il gip per rappresentarlo (in genere accade il
contrario: è il cliente che cerca l'avvocato). Forse si capisce meglio se
si considera che Gallo compare come sostituto processuale dell'avvocato
Luigi Ligotti in un diverso procedimento, quello sul blitz alla Diaz nel
quale Ligotti difende Francesco Gratteri, l'ex capo dello Sco oggi alla
guida dell'Antiterrorismo della polizia. E proprio Gratteri e altri
indagati eccellenti (Gianni Luperi, Gilberto Caldarozzi, Filippo Ferri)
hanno appena chiesto il trasferimento a Torino dell'indagine sul pestaggio
e le prove false nella scuola-dormitorio dei no global. Gallo, insomma,
potrebbe aver lavorato sui due fronti. Sarà anche un'ipotesi da
legal-thriller, ma certo l'avvocato genovese non è uscito molto
soddisfatto dall'aula bunker. Nessuno dei difensori dei manifestanti ha
sollevato eccezioni di competenza. Ma se alcuni sono contrarissimi
all'idea di allontanare il processo da Genova, anche perché non vedono un
clima più favorevole in Piemonte, altri cominciano a pensare che la città
del G8 non sia la sede più adatta.
Nell'aula al pianterreno del palazzaccio, protetta da uno schieramento di
polizia e guardia di finanza degno di un maxi-processo per mafia, ieri
mattina si sono presentati davanti al giudice solo sette dei ventisei
imputati. E cioè il genovese Massimiliano Monai, «l' uomo della trave»
di Piazza Alimonda, e Luca Finotti di Pavia, indagato per lo stesso
episodio; Antonio Fiandra di Genova; Marina Cugnaschi di Lecco; Vincenzo
Vecchi, bergamasco; Stefano Caffagnini (Parma) e Mauro Degli Innocenti
(Lucca). Ai giornalisti Monai ha ribadito la sua verità sulla morte di
Carlo Giuliani: «Per me a sparare non fu Placanica, ma un altro militare
a bordo del Denfender» (le indagini giudiziarie, seppur condotte in modo
discutibile, l'hanno escluso, anche perché Placanica ha ammesso di aver
fatto fuoco).
Tra le 32 parti offese, dopo la scrematura, sono rimasti proprio Placanica,
Dario Raffone e Filippo Cavataio, i carabinieri del Defender di piazza
Alimonda. Si sono riservati di costituirsi parti civili. Hanno invece già
depositato la loro costituzione la presidenza del consiglio, tre ministeri
(interno, difesa e Giustizia) e la Banca Popolare di Novara. I ministeri
chiedono a sette imputati, tra cui Monai ed Eurialo Predonzani, il
risarcimento dei danni, specie «non patrimoniali». «Anche il ministero
dell'Interno che - scrive l'avvocatura dello stato in una memoria che ha
del surreale - malgrado l'impegno profuso nell'adozione delle misure
idonee a prevenire l'insorgere di incidenti e disordini di piazza, ha
visto messa in dubbio la propria capacità di assolvere alle proprie
specifiche funzioni istituzionali di garantire l'ordine e la sicurezza
pubbliche e ha subito danno all'immagine che andrà risarcito». La
seconda udienza si terrà oggi, sempre nell'aula bunker e a porte chiuse.
(da Il manifesto)
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