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Da Repubblica del Mercoledì 22 ottobre 2003

La Procura di Milano chiude il fascicolo sulle operazioni antidroga: peculato, abuso e spaccio

Sotto inchiesta il comandante e altri venti ufficiali

CARLO BONINI

MILANO-

Questa e una storia nera di cui la Procura della Repubblica di Miiano è venuta a capo dopo sette anni di indagini cui pochi desideravano mettere mano e che Re­pubblica è in grado di documenta-re. E la storia di un'associazione per delinquere che ha vestito e veste la divisa del Raggruppamento operativo speciale dell'Arma dei carabinieri. Di venti manovali in divisa, agli ordini di un ufficiale che, oggi, del Ros e il comandante. II generale Giampaolo Ganzer. Dal 1991 al 1997, le routine operative della sezione antidroga del reparto investigative di eccellenza dei ca­rabinieri sono state declinate in un grumo di abusi, malaffare, illecito arricchimento personale, peculati, provocazioni, istigazioni, ricatti.

"Carabinieri e spacciatori" leggi violate per fare carriera”

Atto d'accusa contro i Ros di Ganzer e un magistrato

 

ALMENO venti militari, tra ufficiali e sottufficiali, hanno sistematicamente violato le nor­me e le prassi che disciplinano le operazioni antidroga sotto copertura, trasformandosi in trafficanti e raffinatori di stupefacenti in proprio. Arresti obbligatori di latitanti sono stati omessi, falsificando regolarmente i rapporti all'autorità giudiziaria che talvolta non ha visto e, spesso, quando ha visto ha preferito girarsi dall 'altra parte. Centinaia di milioni di lire di denaro contante frutto di sequestri durante le operazioni so­no stati sottratti alle regole della confisca per essere riciclati. La pubblica e consapevole menzogna è stata moneta corrente per confondere e deviare l'opinione pubblica, per svuotare il diritto di difesa degli imputati. Il ricorso alle intercettazioni telefoniche spesso non ha trovato giustificazione nè formale nè sostanziale nelle indagini. E tutto questo,con un'aggravante, annota la Procura di Milano: «Essere l'associazione per delinquere armata».

A sollecitarne le mosse, ora il tornaconto personale, ora il lustro di rapide progressioni in carriera. A plasmarne prassi e metodo, dissimulandone la natura, la pianificazione attenta e persona­le del suo architetto, il generale Giampaolo Ganzer, oggi comandante del Ros, e di due consapevoli complici: l'ufficiale dell'Arma Mauro Obinu, gia comandante della sezione antidroga del Ros e oggi nella divisione criminalità organizzata del Sisde, il servizio segreto civile, nonchè il sostituto procuratore della Repubblica, Mario Conte, gia pubblico ministero a Bergamo, oggi magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Brescia.

Ventisette informazioni di ga-ranzia hanno gia raggiunto gli indagati in questo affare. E con un atto istruttorio di 40 pagine che precede le richieste di rinvio a giudizio, a loro e stata comunicata la «chiusura delle indagini pre­liminari e la contestuale "disco­very" di una cinquantina di faldoni istruttori su cui la pubblica accusa si prepara a celebrare il pro-cesso. Processo che sembrava non dovesse riuscire ad approda re ad un esito, quale che fosse. Istruito dal pm di Brescia Fabio Salamone, l'intero, monumentale incarto aveva infatti cono-sciuto un'avvilente navetta tra procure della repubblica, prima di approdare in Cassazione ed essere quindi assegnato, due anni or sono, a Milano. Dove ora a firmare i provvedimenti non sono solo i due sostituti titolari dell'inchiesta. I pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia Daniela Bergonovo e Luisa Za-netti, ma anche - a sottolinearne il peso - il procuratore aggiunto Ferdinando Pomarici. Un magi­strato di robusta esperienza, dai modi equilibrati e certo libero, come racconta la sua storia professionale, da ogni possibile sospetto di inimicizia per l'Arma dei carabinieri. Vediamo, dunque.

All'inizio degli Anni 90,l'Arma intravede nelle grandi indagini antidroga una frontiera professionale su cui misurare duttilità e intelligenza dei propri ufficiali e sottufficiali, ma anche un laboratorio in cui sperimentare routine eccentriche rispetto ad antiche e ossificate pratiche da caserma. Esportabili - se testate positivamente - anche nella lotta all'eversione o alla criminalità organiz­zata. La legislazione adegua le proprie norme, disegnando per cosiddetti "agenti sotto copertura" una rete di norme "scriminanti" che li sottrae ad alcuni obblighi di legge, tutelandone l'incolumità e l'anonimato. Gli agenti possono infiltrare le organizzazioni nazionali e internazionali del narcotraffico. Chiedere e ottenere dalla magistratura; di ritardare il sequestro di carichi di stupefacenti. Evitare l'arresto di pesci piccoli, se questo serve individuare e catturarne di grossi. Sono norme che, se soltanto maneggiate con scrupolo, hanno alta incidenza operativa e non deragliano da un sistema equilibrato di garanzie. Nel Ros, evidentemente, qualcuno fa altri pensieri. Quella improvvisa libertà operativa viene declinata, nella peggiore delle ipotesi, come nulla-osta all’abuso, a costituirsi come corpo sepa­rate. Nella migliore, come efficace strumento per liberarsi dei fastidiosi lacci e lacciuoli con cui le procure della Repubblica imbrigliano la "fantasia" del Reparto. A Roma - siamo nel 1993 - al comando di via Ponte Salario è arrivato un giovane ufficiale, Giampaolo Ganzer. Ha fretta di crescere e non ne fa mistero. Nel '94, dirige il II reparto investigative, competente per le operazioni antidroga e, in meno di quattro anni, percorre l'intera catena gerarchica. Prima come comandante

del Reparto analisi, coordinamento e osmosi operativa ('95-'97), quindi come vicecomandante del generale Mario Mori (oggi direttore del Sisde). Diventerà comandante del Ros nel 2001.

Ganzer ha un metodo. E il metodo - ricostruisce l'inchiesta della Procura di Milano - si fa «sistema». Il Ros istruisce le sue operazioni ottenendo una delega in bianco dall'autorità giudiziaria. Che serve a legittimare iniziative, che di legittimo non hanno nè la premessa nè l'esito. Ma che rispondono a una routine. Leggiamo dagli atti: «Il Ros instaura contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere nè alla loro identificazione nè alla loro denuncia». Ordina quindi «quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modality non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Ita­lia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro». Che non si tratti di «operazioni di infiltrazione» lo capisce anche un bambino. «Si tratta - annota la Procura di Milano - di istigazione ad importare in Italia sostanze stupefacenti». Fabbricato artificiosamente il reato attraverso l’ istigazione, è ora necessario che su qualcuno ne venga schiacciata la responsabilità attraverso il falso, la menzogna, l'abuso. Scrivono i magistrati: «Il Ros rappresenta falsamente all'autorità giudiziaria e alla Direzione Centrale dei servizi antidroga inesistenti accordi tra le organizzazioni italiane acquirenti e i fornitori. Accordi asseritamente appresi grazie ad agenti infiltrati». E’ una storiella buona per chi vuole o ha interesse a berla, ma necessaria a liberare la mossa successiva. «Il Ros prende in carico lo stupefacente al suo arrivo in Italia, omettendo ogni doverosa attività di controllo su quantità e qualità. Lo trasporta e lo detiene, anche per lunghi periodi di tempo, talvolta lasciandolo nella disponibilità incontrollata di trafficanti». Provvede dunque alla «installazione di laboratori per la affina-zione», alla «ricerca degli acquirenti, attraverso la mediazione di mediatori pagati». «Istiga all'acquisto, diffondendo sul mercato la notizia della possibilità di acquisire stupefacente».

II gioco è fatto. Il resto èbanale dettaglio. Sul terreno, le operazioni vengono condotte a mano libera, forzando, aggirando ogni tipo di norma, falsificando verbali di sequestro e arresto, barattando il prezzo della libertà con i latitanti. Quel che conta e ostentare «la positiva conclusione di eclatanti operazioni». L'importante è mettere le manette a qual­cuno per poi agitare un pugno di arrestati quale che ne sia lo spessore - da consegnare al pubblico ministero e ad un verdetto di certa colpevolezza.

E’ una giostra ad alta redditività penale (e per alcuni anche economica) in cui tutti guadagnano. Investigatore e pubblico mini­stero. Bisogna soltanto decidere se salirci o meno. Bisogna, soprattutto, che un magistrato  presti la propria faccia e la propria firma, autorizzando il Ros a operare dalle Alpi alia Sicilia, aggi­rando le norme sulla competenza territoriale delle singole Procure e tenendo cosi lontani i ficcanaso.

II sostituto procuratore Mario Conte, in quegli anni sconosciuto magistrato di provincia, sulla giostra decide di salire. A Berga­mo, che non è neppure sede di una Direzione distrettuale anti-mafia, è lui l'interfaccia di Ganzer. Su sua indicazione, fa da ombrello, firmando quel che c'e da firmare, alle deleghe che gli presentano i sottufficiali del Ros in forza al nucleo di Brescia, Gilberto Lovato, Rodolfo Arpa, Gianfranco Benigni, Michele Scalisi, Alberto Zanoni Lazzeri, autorizzandoli a operare sull'intero territorio nazionale, di concerto con il comando Ros di Roma, e con gli ufficiali e sottufficiali delle sezioni antidroga che nel tempo vi si succedono (Mauro Obinu, Carlo Fischione, Costanzo Leone, Laureano Palmisano, Vincenzo Ri-naldi). Scrivono i magistrati di Milano: «Con Obinu e Ganzer, il sostituto procuratore della Repubblica Conte promuove,costituisce, dirige, organizza l'associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colom-biano ndr.) , Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese ndr.) e Biagio Rotondo, agevolandone l'attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi.

Conte sembra dunque godere di assoluta extraterritorialità. E di una qualche sicumera. Quando infatti l'inchiesta lo investe, chiede e ottiene di essere trasferito a Brescia, nell'ufficio accanto a quello del pubblico ministero che su di lui ha avviato l'indagine, Fabio Salamone.

II metodo Ros battezza almeno sei operazioni antidroga documentalmente minate da «falsi materiali e ideologici». Che la Procura di Milano individua e illumina come fonte di prova d'accusa: "Operazione Cedro" (1991); "Operazione Lido" (1994); "Operazione Shipping" (1994); "Operazione Hope" (1993); "Operazione Cobra" (1994); "Operazione Cedro Uno" (1997) (per il dettaglio, vedi le schede in queste pagine). II Ros -annota in un suo bilancio la Pro­cura - «si appropria di almeno 502 milioni di lire», «senza precisarne o documentarne la destinazione». E lo stesso accade per «65 chilogrammi di stupefacente» che, non solo non viene sequestrato, ma viene spacciato e dunque reintrodotto nel merca-to per mano di uomini dell'Arma.

La giostra gira e molti - troppi -fingono di non vedere. Perche? E come e stato possibile? Sono domande - lo vedremo - che meritano di non esser lasciate cadere e che offrono qualche sorprendente risposta.