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«Nel
Sud Ribelle un'associazione di cospiratori»
Per l'ordinanza che stabilisce l'obbligo di firma
per Caruso e altri due no global, contestare il G8 è «attentato agli
organi costituzionali»
ALESSANDRO MANTOVANI
Erano un'associazione di
cospiratori «all'interno di un'associazione non illecita denominatata
Rete meridionale del Sud ribelle», scrive il tribunale di Catanzaro. E
gli obiettivi della cospirazione erano due: diffondere scritti politici e
«turbare» il G8 di Genova nel 2001, attività che i giudici qualificano
come «propaganda sovversiva» e - udite udite - «attentato agli organi
costituzionali». Dal tribunale del riesame arriva un'ordinanza che ha
dell'incredibile, un'autorevole convalida dell'inchiesta del pm cosentino
Domenico Fiordalisi, che esattamente un anno fa spedì in carcere una
ventina di no global tra cui il disobbediente napoletano Francesco Caruso,
il dirigente dei Cobas Antonino Campennì (ricercatore all'università di
Cosenza) e attivisti calabresi e pugliesi. Sono insegnanti, giovani dei
centri sociali, militanti sindacali, gente conosciuta da tutti per la sua
attività politica alla luce del sole. Altro che cospirazione. Anche Repubblica
fece a pezzi quell'indagine, scrivendo che era tutta paccottiglia del Ros
dei carabinieri. Quasi a furor di popolo il tribunale della libertà
scarcerò tutti il mese successivo ma, dopo un annullamento per vizi
formali da parte della cassazione, la paccottiglia sul «Sud ribelle» è
tornata all'esame di un nuovo collegio catanzarese, presidente il giudice
Carlo Fontanazza. Il 10 novembre scorso la nuova ordinanza: non più
carcere ma obbligo di firma quotidiano per Caruso e per il cosentino
Francesco Cirillo, 53 anni, considerato il promotore della «cospirazione
mediante associazione»; solo tre giorni a settimana per Michele Santagata,
37enne, anche lui di Cosenza. E ieri sono arrivate trenta pagine di
motivazioni. Che prendono per oro colato, o quasi, il teorema di
Fiordalisi. L'unica vera novità è che cadono gli indizi di colpevolezza
per tredici dei diciotto ricorrenti: si tratta del gruppo dei tarantini
dei Cobas attorno a Salvatore Stasi (che comunque sono indagati a Taranto
per associazione sovversiva) e del cosentino Giancarlo Mattia, un signore
con la barba bianca difeso a spada tratta anche dalla Caritas calabrese.
Per chi invece in questa indagine rimane impigliato, cambia solo la
qualificazione giuridica dei fatti e dei teoremi: il tribunale, con
motivazioni peraltro astruse, ha respinto l'ipotesi dell'associazione
sovversiva vera e propria (articolo 270); restano però la cospirazione
meidante associazione, la propaganda sovversiva e l'attentato agli organi
costituzionali, oltre a reati minori. E per attentare agli organi
costituzionali è bastato organizzare le manifestazioni contro il Global
Forum di Napoli (17 marzo 2001) e il G8 di Genova (20 e 2001): la norma,
di raria applicazione, punisce «chiunque commette un fatto diretto a
impedire l'esercizio delle loro funzioni» al presidente della repubblica,
al governo o alle assemblee legislative (articolo 289) e qui viene
contestata per il comma 2, «fatto diretto soltanto a turbare l'esercizio
delle funzioni suddette» .
Si legge nell'ordinanza: «L'esame complessivo degli atti convince che,
dopo i fatti di Napoli, gli indagati abbiano programmato, approntato mezzi
e si siano organizzati, integrando così il delitto di cospirazione, per
commettere il delitto di attentato». «Provata l'associazione (intesa
come fenomeno neutro) tra alcuni degli indagati - scrive il collegio - la
sua liceità viene valutata con riferimento all'esistenza di gravi indizi
di un programma violento da attuare a Genova, per coartare il Governo
italiano e per far sì che tale Governo abbandoni l'idea di realizzare
nelle città vertici internazionali. Tali indizi vanno desunti,
essenzialmente, dalla condivisione degli associati del metodo violento,
dall'effettiva partecipazione degli associati agli atti violenti, anche
tramite l'ipotesi del concorso morale, e dalla riferibilità di tali atti
violenti all'associazione e al suo programma delittuoso». I giudici
spiegano che l'associazione è provata da riunioni, iniziative comuni e
scambi di e-mail. Che tutti insieme hanno deciso di andare a Genova e ci
sono andati (e prima a Napoli, ma secondo l'ordinanza era un'attentato
agli organi costituzionali «che non rientrava nel programma associativo»).
Il problema del dottor Fiordalisi (e ora dei magistrati di Catanzaro) è
che a Genova e a Napoli nessuno degli indagati ha combinato nulla di male,
così almeno risulta dalle indagini delle locali procure. E allora si fa
una marmellata con le intercettazioni: Cirillo che racconta gli scontri al
fratello più piccolo, la cosentina Anna Curcio che da Genova ne aveva
addirittura riferito in diretta al telefono (lavorava per il network
radiofonico di movimento, Radiogap), Santagata che a Napoli in
mezzo alla battaglia viene fotografato mentre fugge, Caruso troppo vicino
al camion in cui altri si armano di mazze... Nulla dimostrare la
partecipazione diretta di qualcuno a reati di piazza, eppure ad alcuni è
contestata la resistenza a pubblico ufficiale (oltre al reato di
attentato), «almeno a titolo di concorso morale». Se ci fosse di più,
del resto, in questo momento li processerebbero a Napoli e a Genova, dove
i magistrati - raccontava sempre Repubblica un anno fa - avevano
invece scartato la paccottiglia del Ros. Alla quale peraltro contribuirono
diverse Digos.
dal Il manifesto.it
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